Toti tui

Archivio per dicembre, 2005

E oggi, nell’Europa non più cristiana? Discussione aperta!

"Piccole o grandi, bionde o brune le ragazze sono limpide, schiette e sane e Dio stesso deve sorridere quando le vede passare.

Una falsa educazione troppo spesso ci ha insegnato a vedere nella donna solo una occasione di peccato, invece di scorgervi una fonte di ricchezza. Ma sorelle, cugine, amiche o guide, le giovani sono le compagne della nostra vita dal momento che nel nostro mondo cristiano viviamo l’uno a fianco dell’altro, sullo stesso piano.

Indubbiamente il cameratismo tra ragazzi e ragazze è una cosa infinitamente delicata che bisogna guidare con prudenza e regolare ciascuno per se stesso secondo le proprie misure. Ma è la perdita di un guadagno sicuro il trascurare quel dono di Dio che sono le vere ragazze.

Esse hanno una purezza il cui raggio è salutare per noi che dobbiamo lottare senza tregua per mantenerci in questa purezza. Se sanno stare al loro posto, e il comportamento dei ragazzi in loro presenza dipende unicamente da loro, la loro influenza può essere profonda. Basta osservare su una spiaggia, in una piscina i giovani che cercano di far colpo sulle ragazze. Uno sguardo di ammirazione, un sorriso, sono sufficienti per dare al ragazzo quella frustata al suo amor proprio che lo farà saltare nonostante la paura, dall’alto del trampolino.

Perché, su un piano diverso, quello stesso sguardo e quello stesso sorriso non potrebbero dare a quel ragazzo più luce e più sicurezza nella vita?

Il canto dell’acqua zampillante trascina lontano dalla palude. La presenza di ragazze allontana volgarità e rozzezze. Qualcuno di loro, incontrata nelle ore buie, ha letteralmente illuminato l’anima. Noi siamo ragazzacci goffi e sgraziati; le ragazze ci costringono ad essere educati e cortesi. La loro grazia ci rende più fini e ristabilisce l’equilibrio. Noi siamo troppo cerebrali; le ragazze con il loro cuore capiscono in un istante ciò che noi sezioniamo a fatica con la ragione. La loro presenza porta la calma; esse sono un sorriso od una dolcezza nell’ambito della nostra lotta.

O Dio, fa’  che le nostre sorelle, le ragazze, siano armoniose nel corpo, serene e vestite con gusto. Fa’  che siano sane e con l’anima limpida. Che siano la purezza e la grazia delle nostre vite future. Che siano con noi semplici e materne, senza infingimenti o civetterie. Fa’ che niente di male s’infiltri tra noi. E che, ragazzi e ragazze, siano gli uni per le altre non una sorgente di errori, ma di ricchezze".

Guy De Larigaudie

 

 

 

Il dono della Vergine

“La notte santa, nei pressi di Betlemme, i pastori, ricevuto l’annuncio degli Angeli, si recavano in fretta alla grotta del neonato Salvatore.
“Vieni anche tu” – dissero al più povero tra loro, che era tornato a sedersi accanto al fuoco, un po’ triste.
“Non ho nulla da portare in dono, io” rispose il giovane, guardando le braci.
Tanto insistettero, però, gli amici che anch’egli si mosse con loro.
Giunti al luogo, egli si mise dietro a tutti a contemplare la scena in un angolino buio.
La madre, scambiato uno sguardo d’intesa col suo sposo, sorridendo, con la mano fece cenno al pastorello di accostarsi.
Sbalordito, il giovane le si accostò.
Per ricevere i doni dei presenti, Maria gli pose delicatamente in braccio il Bambino…”.

 

Buon Natale

 
 
 
 
 
Buon Natale,
a tutti e a ciascuno!
 
 

Quando il cuore

diventa semplice

e la vita un cammino

di sobrietà e condivisione,

allora e solo allora

è veramente NATALE.

 

E il Verbo di Dio, l’Altissimo

si fa carne

in una nuova umanità.

 

Betlemme è qui e ora;

la gioia monta la guardia

alle sue porte:

alle porte di casa nostra,

e la speranza fa luce nella notte.

 

 

 

Questo è l’augurio

e la preghiera

dell’autore di questo blog

 
 
 
 

L’ultima lettera di Roger

TAIZÉ, mercoledì, 14 dicembre 2005 – La “Lettera Incompiuta” di frère Roger, fondatore della Comunità di Taizé, e la presentazione della stessa scritta dal suo successore alla guida della comunità, frère Alois.

Sarà consegnata ai circa 50 mila giovani che – secondo le previsioni – si incontreranno alla fine dell’anno a Milano per partecipare al tradizionale incontro ecumenico di preghiera, organizzato annualmente da questa comunità in una diversa città d’Europa.

* * *


Il pomeriggio prima della sua morte, il 16 agosto, frère Roger chiamò uno dei fratelli e gli disse: “Prendi nota di queste mie parole!” . Ci fu un lungo silenzio mentre cercava di formulare il suo pensiero. Poi cominciò: “Nella misura in cui la nostra comunità crea nella famiglia umana delle possibilità per allargare…” E si fermò, la fatica gli impediva di terminare la sua frase.Meditando questa lettera incompiuta negli incontri che ci saranno durante il 2006 a Taizé, settimana dopo settimana, ma anche altrove, nei diversi continenti, ciascuno potrà cercare come completarla attraverso la propria vita.
frère Alois

* * *


«Vi lascio la pace, vi do la mia pace» [1]: qual è questa pace che Dio dona?

Prima di tutto è una pace interiore, una pace del cuore. È quella che permette di volgere uno sguardo di speranza sul mondo, anche se spesso è lacerato da violenze e conflitti.

Questa pace di Dio è anche un sostegno affinché riusciamo a contribuire, con grande umiltà, a costruire la pace laddove è minacciata.

Una pace mondiale è così urgente per alleviare le sofferenze, soprattutto perché i bambini di oggi e di domani non conoscano l’angoscia e l’insicurezza.

Nel suo Vangelo, in una folgorante intuizione, san Giovanni definisce chi è Dio in tre parole: «Dio è amore» [2]. Se solo cogliessimo queste tre parole, andremmo lontano, molto lontano.

Che cosa ci attrae in queste parole? In esse troviamo questa luminosa certezza: Dio non ha mandato Cristo sulla terra per condannare, ma perché ogni essere umano sappia di essere amato e possa trovare un cammino di comunione con Dio.

Perché allora alcuni sono colti dallo stupore di un amore e si sentono amati o anche ricolmi? Perché altri hanno invece l’impressione di essere poco considerati?

Se ognuno potesse comprendere: Dio ci accompagna fino alle nostre insondabili solitudini. A ciascuno dice: «Sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» [3]. Sì, Dio non può che donare il suo amore, in questo è tutto il Vangelo.

Quello che Dio ci chiede e ci offre è semplicemente di ricevere la sua misericordia infinita.

Che Dio ci ami è una realtà talvolta poco accessibile. Ma quando scopriamo che il suo amore è soprattutto perdono, il nostro cuore si rasserena ed anche si trasforma.

Ed eccoci capaci di abbandonare in Dio ciò che prende d’assalto il nostro cuore: qui è la sorgente dove ritrovare la freschezza dello slancio.

Riusciamo a comprenderlo bene? Dio si fida così tanto di noi che per ciascuno ha un invito. Qual è questo invito? Ci chiama ad amare come lui stesso ci ama. E non c’è un amore più profondo che arrivare fino al dono di sé stessi, per Dio e per gli altri.

Chi vive di Dio sceglie di amare. E un cuore deciso ad amare può irradiare una bontà senza limite [4].

Per chi cerca di amare nella fiducia, la vita si riempie di una bellezza serena.

Chi sceglie di amare e di dirlo attraverso la propria vita, è condotto ad interrogarsi su una delle più importanti domande che ci sono: come alleggerire le pene ed i tormenti di coloro che sono vicini o lontani?

Ma cosa vuol dire amare? Sarà forse condividere le sofferenze dei più maltrattati? Sì, proprio questo.

Sarà forse avere un’infinita bontà di cuore e dimenticare se stessi per gli altri, in modo disinteressato? Sì, certamente. E ancora: cosa vuol dire amare? Amare è perdonare, vivere da riconciliati [5]. E riconciliarsi è sempre una primavera dell’anima.

Nel piccolo villaggio di montagna dove sono nato, vicino alla nostra casa, viveva una famiglia numerosa, molto povera. La madre era morta. Uno dei bambini, un po’ più piccolo di me, veniva spesso da noi ed amava mia madre come se fosse la sua. Un giorno fu informato che avrebbero lasciato il villaggio e, per lui, partire non era concepibile. Come consolare un bimbo di cinque o sei anni? Era come se non avesse il distacco necessario per capire una tale separazione.

Poco prima della sua morte, Cristo assicura i discepoli che riceveranno una consolazione: egli manderà lo Spirito Santo che sarà per loro un sostegno ed un consolatore, e resterà con loro per sempre [6].

Nel cuore di ciascuno, ancora oggi egli mormora: « Non ti lascerò mai solo, ti invierò lo Spirito Santo. Anche se sei nella disperazione più profonda, io resto vicino a te. »

Accogliere la consolazione dello Spirito Santo è cercare, nel silenzio e nella pace, di abbandonarci in lui. Allora, anche se accadono dei fatti gravi, diventa possibile superarli. Siamo così fragili da aver bisogno di consolazione?

Ad ognuno capita di essere scosso da una prova personale o dalla sofferenza degli altri. Ciò può arrivare fino a far tremare la fede e spegnere la speranza. Ritrovare la fiducia della fede e la pace del cuore significa talvolta essere pazienti con se stessi.

C’è una pena che segna in modo particolare: la morte di una persona cara che forse ci era d’aiuto nel nostro cammino terreno. Ma ecco che una tale prova può essere trasfigurata, allora diventa apertura ad una comunione.

A chi si trova all’estremo della sofferenza, può essere restituita una gioia del Vangelo. Dio viene a rischiarare il mistero del dolore umano al punto che ci accoglie in un’intimità con lui.

Eccoci allora collocati su un cammino di speranza. Dio non ci lascia soli. Ci permette di avanzare verso una comunione, questa comunione d’amore che è la Chiesa, allo stesso tempo così misteriosa e così indispensabile…

Il Cristo di comunione [7] ci fa questo immenso dono della consolazione.

Nella misura in cui la Chiesa diventa capace di portare la guarigione del cuore comunicando il perdono, essa rende più accessibile una pienezza di comunione con Cristo.

Quando la Chiesa è attenta ad amare ed a comprendere il mistero di ogni essere umano, quando incessantemente ascolta, consola e guarisce, diventa ciò che è di più luminoso in se stessa: il limpido riflesso di una comunione.

Cercare riconciliazione e pace implica una lotta all’interno di sé. Non è un cammino facile. Nulla di duraturo si costruisce facilmente. Lo spirito di comunione non è qualcosa d’ingenuo, è allargare il proprio cuore, è profonda benevolenza, esso non ascolta i sospetti.

Per essere portatori di comunione, avanzeremo, ciascuno nella propria vita, sulla strada della fiducia e di una bontà del cuore sempre rinnovata?

Su questo cammino ci saranno talvolta degli insuccessi. Allora ricordiamoci che la sorgente della pace e della comunione è in Dio. Lungi dallo scoraggiarci, invocheremo il suo Spirito Santo sulle nostre fragilità.

E, in tutta la nostra vita, lo Spirito Santo ci permetterà di riprendere il cammino e di andare, da un inizio ad un nuovo inizio, verso un avvenire di pace [8].

Nella misura in cui la nostra comunità crea nella famiglia umana delle possibilità per allargare…

 

Nella misura in cui la nostra comunità crea nella famiglia umana delle possibilità per allargare…”, e si fermò, la fatica gli impediva di terminare la sua frase.

In queste parole ritroviamo la passione che lo abitava, anche nella vecchiaia. Cosa intendeva per “allargare”? Probabilmente voleva dire: fare tutto il possibile per rendere più percepibile ad ognuno l’amore che Dio ha per ogni essere umano e per ogni popolo, senza eccezione. Augurava alla nostra piccola comunità di mettere sempre in luce questo mistero, attraverso la propria vita, nell’umile impegno con gli altri. Allora, noi fratelli vorremmo raccogliere questa sfida, insieme a tutti coloro che su tutta la terra cercano la pace.

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[1] Giovanni 14,27.

[2] 1 Giovanni 4,8.

[3] Isaia 43,4.

[4] Durante l’apertura del concilio dei giovani nel 1974, frère Roger diceva: «Senza amore a che serve esistere? Perché vivere ancora? Con quali obiettivi? Questo è il senso della nostra vita: essere amati per sempre, fino all’eternità, affinché, a nostra volta, anche noi arriviamo a morire d’amore. Sì, felice chi muore d’amore.» Morire d’amore, questo voleva dire per lui amare fino alla fine.

[5] «Vivere da riconciliati»: nel suo libro, Pressens-tu un bonheur ?, pubblicato quindici giorni prima della sua morte, frère Roger ha spiegato ancora una volta ciò che queste parole significano per lui: « Posso qui ripetere che mia nonna materna ha scoperto intuitivamente una chiave della vocazione ecumenica e che mi ha aperto una possibilità per concretizzarla? Dopo la prima guerra mondiale, in lei abitava il desiderio che nessuno dovesse vivere ciò che ella aveva vissuto: dei cristiani si erano combattuti armati in Europa, che almeno loro si riconciliassero, pensava lei, per tentare di impedire una nuova guerra. Lei proveniva da un antico ceppo evangelico ma, compiendo in se stessa una riconciliazione, iniziò ad andare alla chiesa cattolica, senza tuttavia manifestare alcuna rottura con i suoi. Colpito dalla testimonianza della sua vita ed ancora in giovane età, ho trovato al suo seguito la mia vera identità di cristiano, riconciliando in me stesso la fede delle mie origini con il mistero della fede cattolica, senza rompere la comunione con nessuno».

[6] Giovanni 14,18 e 16,7.

[7] Il “Cristo di comunione”: frère Roger ha già utilizzato questa espressione quando ha accolto il papa Giovanni Paolo II a Taizé il 5 ottobre 1986: «Con i miei fratelli, la nostra attesa di ogni giorno è che ogni giovane scopra Cristo; non il Cristo preso isolatamente ma il “Cristo di comunione”, presente in pienezza in questo mistero di comunione che è il suo corpo, la Chiesa. In ciò, molti giovani possono trovare dove impegnare la loro intera vita, fino alla fine. In ciò hanno tutto per diventare creatori di fiducia, di riconciliazione, non solo fra di loro, ma con tutte le generazioni, dai più anziani fino ai bambini. Nella nostra comunità di Taizé, seguire il ‘Cristo di comunione’ è come un fuoco che ci consuma. Andremo fino all’estremità del mondo per cercare delle strade, per chiedere, chiamare, supplicare se sarà necessario, ma mai al di fuori, sempre tenendoci all’interno di questa unica comunione che è la Chiesa.»

[8] Questi quattro ultimi paragrafi riportano le parole che frère Roger ha detto alla fine dell’incontro europeo a Lisbona, nel dicembre 2004. Sono le ultime parole che ha pronunciato in pubblico.

[Traduzione distribuita dalla comunità di Taizé]
da: www.zenit.org    ZI05121403

 

Il dono dell’Immacolata

"Maria santissima, diciamo immacolata! cioè innocente, cioè stupenda, cioè perfetta; cioè la Donna, la vera Donna ideale e reale insieme; la creatura nella quale l’immagine di Dio si rispecchia con limpidezza assoluta, senza alcun turbamento, come avviene invece in ogni creatura umana.

Non è forse fissando il nostro sguardo in questa Donna umile, nostra Sorella e insieme celeste nostra Madre e Regina, specchio nitido e sacro dell’infinita Bellezza, che può terminare la nostra spirituale ascensione conciliare e questo saluto finale? e che può cominciare il nostro lavoro Post-conciliare? Questa bellezza di Maria Immacolata non diventa per noi un modello ispiratore? una speranza confortatrice?

Noi, o Fratelli e Figli e Signori, che Ci ascoltate, Noi lo pensiamo; per Noi e per voi".

 

(dall’Omelia di SUA SANTITÀ PAOLO VI, nella Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, a conclusione del Concilio Vaticano II – Piazza San Pietro – Mercoledì, 8 dicembre 1965)

                                                                

                                                               ***

Ada, di Cava dei Tirreni, ha commentato così il brano dell’Omelia sopra riportato:

 

" 10 dicembre 11.54.07

Nella fede scopriamo che nella vita tutto ci è donato, regalato da Dio, che siamo stati creati per l’eternità, ma il dono dell’Immacolata, della nostra Madre, Maria Santissima, è di una preziosità inimmaginabile. Ella che si è abbandonata completamente a Dio, consegnando tutta sè stessa a Lui, conosce anche tutte le nostre paure, i nostri limiti perchè è vissuta qui sulla terra , in mezzo a noi. Ella ci sostiene con il suo amore di madre e ci invita ad appoggiarci a Dio, ad avere fiducia in Lui, ed anche se non lo vediamo a scorgere nel quotidiano la Sua presenza, Ella sa che anche noi , guardando a lei, possiamo pronunciare quelle parole" …Avvenga di me quello che hai detto".

 

  
Pubblicato da: AdaAnna

 

Con gli studenti di Napoli

Decine e decine di studenti si sono riuniti ieri al teatro Trianon, nel cuore del quartiere, su invito dell’Associazione Studenti Napoletani contro la camorra, per rilanciare la. campagna di sensibilizzazione contro l’omertà intitolata "Nun fà ’o struzz", ("Non fare lo struzzo").

Ad ascoltarli c’erano il presidente della Commissione antimafia Roberto Centaro e alcuni esponenti delle istituzioni locali. Risultato: i ragazzi di Napoli conoscono bene il problema camorra. Don Luigi Merola, il parroco che a Forcella combatte tutti i giorni la criminalità organizzata, ha espresso così il succo del confronto: «Bisogna alimentare la speranza per sconfiggere il cancro della camorra. Da un anno si è aperto un dibattito serio. La marcia di Locri ha rappresentato un segnale di coraggio. Questo è un grande valore, ma vediamo solo gli studenti e non i grandi. Dove stanno gli adulti che hanno il potere? C’è bisogno di loro per dare forza ai nostri giovani».

(da: www.avvenire.it)

 

 

                                                        

Risvegliati dal… sogno! L’Avvento si cammina…

“In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: Vigilate, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà: se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!”.

Questo modo di parlare di Gesù sottintende una visione ben precisa del mondo: il tempo presente è come una lunga notte; la vita che vi conduciamo somiglia a un sonno; l’attività frenetica che in essa svolgiamo è, in realtà, un sognare. Uno scrittore spagnolo del Seicento, Calderon de la Barca, ha scritto un famoso dramma su questo tema: “La vita è un sogno” (Vida es sueño).

Del sogno, la nostra vita riflette anzitutto la brevità. Il sogno avviene fuori del tempo. Nel sogno le cose non durano come nella realtà. Situazioni che richiederebbero giorni e settimane, nel sogno avvengono in pochi minuti. È un’immagine della nostra vita: giunti alla vecchiaia, uno si guarda indietro e ha l’impressione che tutto non sia stato che un soffio.

Un’altra caratteristica del sogno è la irrealtà o vanità. Uno può sognare di essere a un banchetto e di mangiare e bere a sazietà; si sveglia e si ritrova con tutta la sua fame. Un povero, una notte, sogna di essere diventato ricco: esulta nel sonno, si pavoneggia, disprezza perfino il proprio padre, facendo finta di non riconoscerlo, ma si sveglia e si ritrova povero come era prima! Così avviene anche quando si esce dal sonno di questa vita. Uno è stato quaggiù ricco sfondato, ma ecco che muore e si viene a trovare esattamente nella posizione di quel povero che si sveglia dopo aver sognato di essere ricco. Cosa gli resta di tutte le sue ricchezze, se non le ha usate bene? Un pugno di mosche.

Una caratteristica del sogno non si applica alla vita ed è l’assenza di responsabilità. Tu puoi aver ucciso o rubato nel sogno; ti svegli, non resta traccia di colpa; la tua fedina penale non è macchiata. Non così nella vita, lo sappiamo bene. Quello che uno fa nella vita, lascia traccia, e quale traccia! È scritto infatti che “Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere” (Rom 2, 6).

Sul piano fisico ci sono delle sostanze che “inducono” e conciliano il sonno; si chiamano i sonniferi e sono ben noti a una generazione, come la nostra, malata di insonnia. Anche sul piano morale, esiste un terribile sonnifero. Si chiama l’abitudine. L’abitudine è come un vampiro. Il vampiro – almeno stando a quello che si crede – si attacca alle persone che dormono e, mentre succhia loro il sangue, contemporaneamente inietta in esse un liquido soporifero che fa sperimentare ancora più dolce il dormire, sicché il malcapitato sprofonda sempre più nel sonno e il vampiro può succhiare sangue finché vuole. Anche l’abitudine al vizio addormenta la coscienza, per cui uno non sente più neppure il rimorso, crede di star benone e non si accorge che sta morendo spiritualmente.

L’unica salvezza, quando questo “vampiro” ti si è attaccato addosso, è che qualcosa venga improvvisamente a destarti dal sonno. Questo è quello che si prefigge di fare con noi la parola di Dio con quei gridi di risveglio che ci fa ascoltare così spesso durante l’Avvento: “Vigilate!” Terminiamo con una parola di Gesù che ci apre il cuore alla fiducia e alla speranza: Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà svegli! Si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12, 37).

 
[Riflessione di Padre Raniero Cantalamessa al Vangelo della I Domenica di Avvento – Mc 13, 33-37.
Roma, 27 novembre 2005]

(da: Zenit.org)

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