Toti tui

Archivio per febbraio, 2006

Perché la voglio rivedere in te

 
Sono entrata in chiesa, un giorno,
e ho chiesto a Lui con cuore pieno di fiducia:
"Perché volesti restare nel mondo, in ogni punto della Terra,
nella santa Eucaristia, e non hai trovato,
Tu che sei Dio, un modo per portare, per lasciare qui anche Maria,
Madre di tutti noi che siamo in cammino?"
Mi è sembrato che in silenzio rispondesse:
"Non l’ho portata perché La voglio rivedere in te.
Benché voi non siate senza macchia,
il mio Amore vi verginizzerà
e tu, e voi allargherete mani e cuori di madre sull’ umanità,
che oggi, come una volta, ha sete di Dio e della Madre sua.
A voi spetta ora
di alleviare i dolori, fasciare le ferite,
asciugare le lacrime.
Canta le Litanie 
e prova a specchiarti in esse.

Chiara Lubich

 

***

 

«Chi ama currit, volat, laetatur. Amare significa correre con il cuore verso l’oggetto amato. Ho iniziato ad amare la Vergine Maria prima ancora di conoscerla… le sere al focolare sulle ginocchia materne, la voce della mamma che recitava il rosario… Lasciate ora che vi dica due parole riguardo a Maria madre e sorella. Madre del Signore. La si vede anche alle nozze di Cana; ha rivelato un cuore materno verso i due sposi in pericolo di fare brutta figura. È Lei che strappa il miracolo! Sembra quasi che Gesù abbia fatto una legge per se stesso: “Io faccio il miracolo, ma che Lei chieda!”. Quindi come madre dobbiamo tanto invocarla, avere tanta fiducia in Lei, venerarla tanto! San Francesco di Sales la dice persino con tenerezza “nostra nonna” per avere la consolazione di far la parte del nipotino che si getta con piena confidenza nel suo grembo. Ma Paolo VI, che ha dichiarato Maria Madre della Chiesa, la chiama spesso anche sorella», continuò Luciani; «Maria, benché privilegiata, benché madre di Dio, è anche nostra sorella. Soror enim nostra est dice sant’Ambrogio. È proprio nostra sorella! Ha vissuto una vita uguale alla nostra. Anche Lei è dovuta emigrare in Egitto. Anche Lei ha avuto bisogno di essere aiutata. Lavava piatti e panni, preparava i pasti, spazzava i pavimenti. Ha fatto queste cose comuni ma in maniera non comune perché “essa”, dice il Concilio, “mentre viveva in terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familari e di lavoro, era sempre intimamente unita al Figlio suo”. Sicché la confidenza, la Madonna, ce la ispira non solo perché è tanto misericordiosa, ma anche perché ha vissuto la nostra stessa vita, ha sperimentato parecchie delle nostre difficoltà e noi dobbiamo seguirla e imitarla specialmente nella fede».

                  (da un’omelia del Cardinal Albino Luciani, tenuta nel ’75, nella diocesi di Santa Maria, nel sud del Brasile)

 

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Per proseguire con voi il nostro cammino…

Lettera-testamento del sacerdote assassinato in Turchia

…Solo dall’umiltà davanti alle proprie colpe e dalla misericordia davanti alle colpe dell’altro può nascere una riconciliazione fatta di reciproca «assoluzione» scriveva don Andrea Santoro. Questa lettera, divenuta il suo testamento, è per noi la testimonianza di come una fede vera, vissuta e condivisa, non possa far nascere altro che ‘riconciliazione fatta di reciproca «assoluzione»’.

 

Carissimi,

è da un po’ che non vi scrivevo, ma da pochissimo che non pregavo per voi, perché lo faccio ogni giorno alla messa, alle lodi e al vespro… Voi e la Turchia: chi mi avrebbe detto anni fa che avrei unito nel mio cuore amori così distanti? Voi e il Medio Oriente: chi mi avrebbe detto che avrei «portato in grembo», come si dice di Rebecca, due «figli» che «cozzano tra di loro» (Gen. 25,22), pur essendo fratelli nello stesso Abramo? Una madre sa che i suoi figli non si dividono in lei anche se sono divisi tra loro. Così accade anche a me. Avverto in me motivi per amare e gli uni e gli altri, motivi per tenerli serrati nello stesso «calice» e radunati ai piedi della stessa croce. Ma avverto anche delle lontananze tra loro, pur corrette, ma a volte solo camuffate, da dichiarazioni di amicizia, di rispetto e di collaborazione, a volte invece davvero lenite da sforzi sinceri fatti da più parti per capirsi, accettarsi, offrire ognuno il proprio patrimonio e scoprire quello dell’altro. Altre volte ho l’impressione che questi mondi non si parlino in profondità, ma facciano come quelle coppie che parlano solo di spesa, di bollette, di mobili da spostare e di salute dei figli e si illudono di comunicare e invece diventano sempre più estranei. Europa e Medio Oriente (Turchia compresa, anche se è un caso a sé), Cristianesimo e Islam devono parlare di sé stessi, della propria storia passata e recente, del modo di concepire l’uomo e di pensare la donna, della propria fede. Devono confrontarsi sull’immagine che hanno di Dio, della religione, del singolo individuo, della società, su come coniugano il potere di Dio e i poteri dello Stato, i doveri dell’uomo davanti a Dio e i diritti che Dio, per grazia, ha conferito alla coscienza umana. Devono confrontarsi su cosa intendono per vita, famiglia, futuro, progresso, benessere, pace, sul senso che danno al dolore e alla morte, su cosa voglia dire che i popoli sono molti ma l’umanità è una, che la terra è divisa in nazioni territoriali ma tutta intera è una casa comune. Bisogna che accettino di fare a voce alta un esame di coscienza, senza timore di rivedere il proprio passato. Devono aiutarsi anzi a vicenda a purificare il proprio passato e la propria memoria. Solo dall’umiltà davanti alle proprie colpe e dalla misericordia davanti alle colpe dell’altro può nascere una riconciliazione fatta di reciproca «assoluzione». Io credo che ognuno di noi dentro di sé possa diminuire la lontananza tra questi mondi. È a partire dallo sguardo di Cristo e dall’amore del Padre che lo ha inviato a tutti i suoi figli, che possiamo riscoprire vicini quanti sentiamo lontani. Come Gesù ci portava tutti dentro di sé, sui peccati di tutti versava il suo sangue e tutti ci sentiva pecore dell’unico suo gregge così noi possiamo dilatare il nostro cuore. Questo non ci impedirà di annunciare chiaramente e per intero il vangelo e di agire in totale conformità ad esso. Al contrario, ce lo farà sentire un debito e un dovere. Ma ce lo farà fare col cuore di Gesù sulla croce, spalancato dall’amore e aperto dalla lancia, non con i sentimenti duri di chi ha sempre un «avversario» davanti.

Gesù ha avuto forse avversari? O li ha Dio? E anche chi lo pensa non può essere sentito da noi come un «avversario». Come vanno le cose qui a Trabzon? Ve ne parlerò più diffusamente alla prossima lettera, spiegandovi come dopo una prima fase di residenza a Urfa-Harran, conclusasi qualche settimana fa con la chiusura della «Ibrahimin evi» («casa di Abramo» in turco) e il trasloco definitivo a Trabzon e dopo la seconda fase conclusasi con il completamento dei lavori di restauro della chiesa di Trabzon (è rimasto appena qualcosa), è iniziata una terza fase tutta avvolta ancora nell’oscurità, in attesa che Dio ci indichi le sue vie.

Questa attesa è fatta di silenzio, di preghiera, di speranza, di intima disponibilità a quello che Dio vorrà, di umiltà nell’accettare la povertà di risorse, di persone, di strumenti, di capacità personali. In questa fase, rileggo il passato della missione, scruto il presente, rivado agli inizi della chiesa a Gerusalemme, ascoltiamo le Scritture, cerchiamo di capire meglio il mondo da cui veniamo e il mondo dove siamo arrivati, cerchiamo di rendere accogliente quanto più possibile, per ogni evenienza, la chiesa, il monastero, la casa, i molteplici locali annessi. Vi aspetto per raccontarvi di persona e proseguire con voi il nostro cammino di «finestra» tra chiese, popoli, religioni.

 

                                                                                    (da: www.donboscoland.it)

 

 

Piccola, debole, ma cristiana

 Testimonianza di Laura, 34 anni, milanese, pubblicata sul bollettino parrocchiale a fine gennaio. Dopo aver incontrato una famiglia che ha sostenuto moralmente e spiritualmente il suo impegno ad uscire dal tunnel dove viaggiava da quasi 10 anni, è tornata a partecipare all’Eucaristia e a fissare gli occhi nello sguardo di Gesù…

E’ da poco che mi sono trasferita in questa zona, è da poco che ho ricominciato a frequentare la Chiesa. Uno dei motivi per cui mi ero allontanata è che “non vedevo più bene”. Nel senso che non andavo in Chiesa per incontrare Lui, ma per un senso del dovere (potrei dire).
E penso che ciò non sia capitato solo a me.
Considerare l’andare a Messa non come un Incontro, ma come un’abitudine, fa parte di un’educazione ricevuta.
Non dovrebbe essere così!
L’invito centrale del Vangelo, la missione, non può essere adempiuto se non partendo dalla comunione con Gesù, dall’Eucaristia, che ci fa uno tra di noi e ci dona il coraggio della testimonianza al Vangelo nei nostri ambienti di vita. E dalla preghiera incessante dei “due o più riuniti nel Suo nome”.
Si diventa evangelizzatori in famiglia, per le strade, negli ambienti di lavoro e di svago se, acceso nel cuore dallo Spirito il fuoco della Parola ascoltata con amore nella Santa Messa, esso poi divampa nella pratica della vita quotidiana.
Papa Giovanni XXIII, Madre Teresa di Calcutta, seguendo il Maestro come discepoli fedeli, hanno capito il significato della Parola e hanno cercato nelle strade, nei bassifondi dell’umanità, il fratello smarrito, il carcerato, il solo, il povero, l’ammalato. Hanno cercato Gesù.
E noi? La domanda rivolta a me personalmente: “Che cerchi?”, trova nel mio cuore l’eco che ebbe sulle labbra di Giovanni e Giacomo: “Maestro, dove abiti?”.
Quello che dovrebbe animarci, una volta accolto il Vangelo nelle nostre giornate, è il desiderio di emulare Cristo, facendoci come Lui servi. Non basta la beneficenza.
E’ utile anche quella, ma non è quello che ci viene chiesto. Quello che la Parola richiede al cristiano è di mettersi in gioco, di donarsi completamente all’altro.
Ognuno è impegnato in mille cose: famiglia, lavoro, studio. Non per questo siamo tenuti a ignorare il nostro vicino, a disinteressarci del quartiere in cui viviamo, ad evitare la fatica.
Una volta usciti dal tempio di mura, inizia la sfida con noi stessi e la tentazione di assecondare il nostro comodo.
Testimoniare la nostra fede significa portare nel mondo, nella Milano che ci circonda la luce del Vangelo, la carità reciproca che ci viene versata in cuore dall’Eucaristia.
Coraggio, fratelli e sorelle! La più piccola e debole della nostra comunità cristiana vi invita a sintonizzare i nostri cuori su quello di Gesù che, anche per la nostra Milano infreddolita dalla scristianizzazione in atto, sempre di nuovo ci invita, dicendo ad ognuno e a tutti noi insieme: “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” ( Luca 12, 49).
Milano, gennaio 2006

 

 

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