Toti tui

Archivio per marzo, 2006

Gesù ci spiega perché ci chiama… amici


Nel Vangelo di questa Domenica [26 marzo, ndr] troviamo una delle frasi, in assoluto, più belle e consolanti della Bibbia: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna”.

Per parlarci del suo amore, Dio si è servito delle esperienze d’amore che l’uomo fa nell’ambito naturale. Dante dice che in Dio esiste, come rilegato in un unico volume, “ciò che per l’universo si squaderna”. Tutti gli amori umani – coniugale, paterno, materno, di amicizia – sono pagine di un quaderno, o faville di un incendio, che ha in Dio la sua sorgente e la sua pienezza.

Anzitutto Dio, nella Bibbia, ci parla del suo amore attraverso l’immagine dell’amore paterno. L’amore paterno è fatto di stimolo, di spinta. Il padre vuole far crescere il figlio, spingendolo a dare il meglio di sé. Per questo, difficilmente un papà loderà il figlio incondizionatamente in sua presenza. Ha paura che si creda arrivato e non si sforzi più. Un tratto dell’amore paterno è anche la correzione. Ma un vero padre è anche colui che dà libertà, sicurezza al figlio, che lo fa sentire protetto nella vita. Ecco perché Dio si presenta all’uomo, lungo tutta la rivelazione, come la sua “roccia e il suo baluardo”, “fortezza sempre vicina nelle angosce”.

Altre volte Dio ci parla con l’immagine dell’amore materno. Dice: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49, 15). L’amore della madre è fatto di accoglienza, di compassione e di tenerezza; è un amore “viscerale”. Le madri sono sempre un po’ complici dei figli e spesso devono difenderli e intercedere per loro presso il padre. Si parla sempre della potenza di Dio e della sua forza; ma la Bibbia ci parla anche di una debolezza di Dio, di una sua impotenza. È la “debolezza” materna.

L’uomo conosce per esperienza un altro tipo di amore, l’amore sponsale, di cui si dice che è “forte come la morte” e le cui vampe “sono vampe di fuoco” (cfr. Cant 8, 6). E anche a questo tipo di amore Dio ha fatto ricorso per convincerci del suo appassionato amore per noi. Tutti i termini tipici dell’amore tra uomo e donna, compreso il termine “seduzione”, si trovano usati nella Bibbia per descrivere l’amore di Dio per l’uomo.

Gesù ha portato a compimento tutte queste forme di amore, paterno, materno, sponsale (quante volte si è paragonato a uno sposo!); ma ne ha aggiunto un’altra: l’amore di amicizia. Diceva ai suoi discepoli: “Non vi chiamo più servi… ma vi ho chiamato amici, perché tutto quello che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15, 15).

Che cos’è l’amicizia? L’amicizia può costituire un vincolo più forte della stessa parentela. La parentela consiste nell’avere lo stesso sangue; l’amicizia nell’avere gli stessi gusti, ideali, interessi. Essa nasce dalla confidenza, cioè dal fatto che io confido a un altro quello che c’è di più intimo e personale nei miei pensieri ed esperienze.

Ora, Gesù spiega che ci chiama amici, perché tutto quello che lui sapeva dal Padre suo celeste, l’ha fatto conoscere a noi, ce lo ha confidato. Ci ha messi a parte dei segreti di famiglia della Trinità! Per esempio, del fatto che Dio predilige i piccoli e i poveri, che ci ama come un papà, che ci tiene preparato un posto. Gesù dà alla parola “amici” il suo senso più pieno.

Cosa dobbiamo fare dopo aver ricordato questo amore? Una cosa semplicissima: credere nell’amore di Dio, accoglierlo; ripetere commossi, con san Giovanni: “Noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi!” (1 Giovanni 4, 16).

 
(p. Raniero, da: Zenit.org]

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« Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente » (Lc 1,49)

Maria, tempio della Trinità, focolare del fuoco divino, Madre di misericordia, … sei il ramo nuovo (Is 11,1) che ha prodotto il fiore che profuma il mondo, il Verbo, il Figlio unigenito di Dio. In te, terra feconda, è stato seminato il Verbo (Mt 13,3). Hai nascosto il fuoco nella cenere della nostra umanità. Vassoio di umiltà in cui arde la luce della sapienza vera…, con il fuoco del tuo amore, con la fiamma della tua umiltà, hai attirato a te e verso di noi il Padre eterno…

Grazie a quella luce, o Maria, non sei mai stata come le vergini stolte (Mt 25,1), poiché eri colma della virtù di prudenza. Per questo hai voluto sapere come si sarebbe potuto compiere ciò che l’angelo ti stava annunziando. Sapevi che “nulla è impossibile a  Dio”; non ne avevi alcun dubbio. Perché allora hai detto: “Non conosco uomo”?

Non ti mancava la fede; ti faceva dire questo la tua umiltà profonda. Non dubitava della potenza di Dio; guardava te stessa come indegna di così grande prodigio. Non per il timore sei stata turbata dalla parola dell’angelo. Alla luce stessa di Dio, mi sembra che fosse piuttosto per l’ammirazione; e cosa ammiravi, o Maria, se non l’immensità della bontà di Dio? Guardando te stessa, ritenevi te stessa indegna di tale grazia, e rimanevi stupefatta. La tua domanda è la prova della tua umiltà. Non eri piena di timore, bensì soltanto di ammirazione davanti alla bontà immensa di Dio in confronto alla tua piccolezza, alla tua umile condizione

(Lc 1,48).
 
Santa Caterina da Siena (1347-1380), terziaria domenicana, dottore della Chiesa, compatrona d’Europa
Preghiera del 25 marzo 1379

Lettera a Giuseppe

di don Tonino  Bello

 Dimmi Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di
 primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul
capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso?
 O forse un giorno di  sabato, mentre con le fanciulle di Nazareth
conversava in disparte sotto l’arco della sinagoga?
 O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre, abbassando gli
 occhi splendidi per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’
 umiliante mestiere della spigolatrice?
 Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima
 carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi; e poi
 tu la notte hai intriso il cuscino con lacrime di felicità?
Ti scriveva lettere d’amore? Forse sì; e il sorriso, con cui accompagni il
 cenno degli occhi verso l’armadio delle tinte e delle vernici, mi fa
 capire che in uno di quei barattoli  vuoti, che ormai non si aprono più,
 ne conservi ancora qualcuna.
 Poi, una notte, hai preso il coraggio a due mani, sei andato sotto la sua
 finestra, profumata di basilico e di menta, e le hai cantato sommessamente
le strofe del Cantico dei cantici:

 
"Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!
 Perché, ecco, l’inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n’è andata.
I fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora
si fa sentire nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori
 i primi frutti e le viti fiorite
spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
 mia bella, e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua
 voce, perché la tua voce è soave, il tuo viso è leggiadro".

 E la tua amica, la tua bella, la tua colomba si è alzata davvero. È venuta
 sulla strada, facendoti trasalire. Ti ha preso la mano nella sua e, mentre
 il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle,
un grande segreto.
 Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvè.
Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli
e ora nascosto nel suo grembo.
Di un progetto più grande dell’universo e più alto
del firmamento che vi sovrastava.

 Poi ti ha chiesto di uscire dalla sua vita, di dirle addio,
e di dimenticarla per sempre.
 Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore, e le dicesti
 tremando: "Per me, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i
 tuoi, Maria. Purché mi faccia stare con te".
Lei ti rispose di sì, e tu
le sfiorasti il grembo con una carezza:
era la tua prima benedizione
sulla Chiesa nascente.
 
 
 
 

L’ultima lettera di don Andrea: «I fili d’erba crescono anche nella steppa»

 

Carissimi,
voglio cominciare con delle cose buone, perché è giusto lodare Dio quando c’è il sereno, e non soltanto invocare il sole quando c’è la pioggia. Inoltre è giusto vedere il filo d’erba verde anche quando stiamo attraversando una steppa.
Ecco dunque alcuni fili d’erba verde. Qualche giorno prima di rientrare in Italia, nell’ora della visita in chiesa si è presentato un folto gruppo di ragazzi piuttosto vocianti e rumorosi. Ci sono abituato: per ottenere silenzio e rispetto basta avvicinarsi, ricordare loro che la chiesa è, come la moschea, un luogo di preghiera che Dio ama e in cui si compiace. Un gruppetto di 4-5 ragazzi, sui 14-15 anni mi si sono avvicinati e hanno cominciato a farmi domande: «Ma sei qui perché ti hanno obbligato?». «No, sono venuto volentieri, liberamente». «E perché?». «Perché mi piace la Turchia. Perché c’era qui una chiesa e un gruppo di cristiani senza prete e allora mi sono reso disponibile. Per favorire dei buoni rapporti tra cristiani e musulmani…». «Ma sei contento?» (hanno usato la parola mutlu che in turco vuol dire felice). «Certo che sono contento. Adesso poi ho conosciuto voi, sono ancora più contento. Vi voglio bene». A questo punto gli occhi di una ragazza si sono illuminati, mi ha guardato con profondità e mi ha detto con slancio: «Anche noi ti vogliamo bene». Dirsi «ti vogliamo bene», dentro una chiesa, tra cristiani e musulmani mi è sembrato un raggio di luce. Basterebbe questo a giustificare la mia venuta. Il regno dei cieli non è forse simile a un granellino di senape, il più piccolo di tutti i semi? Lo getti e poi lo lasci fare…E non è forse vero che «se ami conosci Dio» e lo fai conoscere e se non ami, quand’anche possedessi la scienza o parlassi tutte le lingue, o distribuissi i beni ai poveri, non sei nulla ma solo un tamburo che rimbomba?
Un altro filo d’erba. Una sera verso gli inizi di dicembre, ero in strada con il mio pulmino. Dovevo girare, ho messo la freccia e ho cominciato a voltare. Veniva una macchina velocissima. Ha dovuto frenare per non investirmi. Uno è sceso e ha cominciato a urlare. Conoscendo l’irascibilità dei turchi, soprattutto se sono ubriachi, ho proseguito, temendo brutte intenzioni. Mi sono accorto che mi inseguivano. Arrivato in piazza mi hanno sbarrato la strada. Mi sono trovato con la portiera aperta, uno che mi ha sferrato un pugno, un altro che mi strappava dal sedile e l’altro ancora che voleva trascinarmi. Ho portato il segno di quel pugno per qualche giorno e la spalla, tirata, che a volte mi fa ancora male. E’ intervenuta la polizia: erano ubriachi ed è stato fatto un verbale a loro carico. Me ne sono tornato a casa stordito, chiedendomi come si potesse diventare delle bestie. Mi sono venuti in mente i litigi in cui ci scappa un morto, le violenze fatte a una ragazza sola, il divertimento sadico ai danni di qualche povero disgraziato. Devo dirvi la verità: ho avuto paura e per qualche notte non ho dormito. Continuavo a chiedermi: perché? Come è possibile? Una settimana dopo, verso sera, hanno suonato al campanello della chiesa. Sono andato ad aprire, erano tre giovani sui 25-30 anni. Uno mi ha chiesto: «Si ricorda di me?». Ho guardato bene e ho riconosciuto quello che mi aveva tirato per la spalla. «Sono venuto a chiederle scusa. Ero ubriaco e mi sono comportato molto male. Padre mi perdoni». «Va bene, gli ho detto, stai tranquillo. Ma non farlo più, per chiunque altro». Poi mi hanno chiesto di visitare la chiesa. Continuava a chiedermi scusa ad ogni passo. Ha visto una pagina del vangelo esposta nella bacheca: «Amate i vostri nemici» e allora ha capito perché lo avevo perdonato. Poi mi fa: anche da noi c’è un detto: «getta i fiori a chi ti getta i sassi». Quindi ha continuato: «Abbiamo avuto un incidente qualche giorno dopo che l’avevamo picchiata. La macchina è rimasta distrutta, uno è ancora in ospedale e noi due siamo ammaccati. Da noi si dice che se uno fa del male a una persona e poi muore non puo’ presentarsi a Dio. Perché Dio gli dice: è da quella persona che dovevi andare. Da voi padre è la stessa cosa?». «Anche noi diciamo che non basta rivolgersi a Dio, ma che bisogna riparare il male fatto al prossimo. Diciamo pero’ anche che se l’innocente offre il suo dolore per il colpevole, questo ottiene da Dio il perdono per chi ha fatto il male, come Gesù che ha offerto la sua vita innocente per salvare i peccatori. Gesù si è fatto agnello per i lupi che lo sbranavano e ha pregato: Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno. Con la sua croce ha spezzato la lancia». A quel punto hanno guardato la croce. Il terzo che era con loro era un mio vicino di casa, che aveva loro indicato la chiesa e si era fatto loro mediatore. Era felice di mostrare loro la chiesa e di aver ottenuto la riconciliazione col prete che conosceva. C’è scappato anche un invito a cena, al ritorno dall’Italia. Vedremo se il pugno ha fruttato anche un bel piatto di agnello arrosto!
Qualche altro filo d’erba? Un venerdi’ in chiesa un gruppo di ragazzi è stato particolarmente maleducato e strafottente. Altri tre, più grandi, assistevano da lontano. Alla fine mi hanno chiesto di parlare. Con molta educazione hanno fatto ogni genere di domande, ascoltando con rispetto le mie risposte e facendo con garbo le loro obiezioni. Ci siamo salutati. La mattina seguente un giovane ha suonato: ho riconosciuto uno dei tre. Mi ha consegnato dei cioccolatini: «Padre, accetti il mio regalo. Le chiedo scusa per quei ragazzi maleducati di ieri».
Un’altra volta entrano due ragazze: «Padre mi riconosce?», mi fa una. «Si, certo!». «Lei una volta mi ha detto che Gesù non ha mai usato la spada, è cosi’?». «Si’, è cosi’». «Maometto – mi fa – l’ha usata è vero, ma solo come ultima possibilità…». «Gesù – le rispondo – neanche come ultima possibilità. Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi, disse, e lui stesso s’è fatto agnello per guadagnare i lupi. Se contro la violenza usi la violenza si fa doppia violenza. Male più male uguale doppio male. Ci vuole il doppio di bene per arginare il male. Se scoppia un incendio che fai? Butti legna?». «No, acqua». «Ecco, appunto. Ma non è facile. Questo pero’ è il vangelo. Nelle mani di Gesù non c’è la spada, ma la croce…». Mi ha seguito attenta, ma frastornata. Perché mi meraviglio? Quanti cristiani sono non solo frastornati, ma neppure guardano più la croce? Non colgono più la sapienza, la forza, la vittoria della croce. Si sono convertiti alla spada: nella vita pubblica e in quella privata. Se lo fa un musulmano in fondo non è strano: segue il suo fondatore. Ma se lo fa un cristiano non segue il proprio Fondatore, anche se ha croci da ogni parte, al collo, in casa e su ogni campanile.

Un altro filettino verde delicato. Sull’aereo, di ritorno da una riunione col vescovo a Iskenderun, c’erano accanto a me due anziani coniugi e una giovane ragazza, elegante e carina. I due anziani erano piuttosto malmessi e inesperti. La ragazza con molta delicatezza ha sistemato ad entrambi la cintura, si è piegata a terra a raccogliere alcune cose cadute, si è prodigata in ogni modo, non con rispetto ma con venerazione. Lui continuava a sgranare il suo rosario musulmano, accompagnando le mani con le labbra che pronunciavano i 99 nomi di Dio. Lei al suo fianco, muta e col velo sul capo, dava l’idea di sentirsi contenta accanto al suo bravo marito in preghiera.
Ora vi faccio intravedere qualcosa della steppa in cui mi è faticoso a volte camminare, ma in cui volentieri do tutto me stesso, cercando di essere io stesso un filo d’erba, anche se a volte mi sento una rosa piena di spine pungenti. Quando avverto che per difendermi dalle spine tiro fuori le mie, mi rimetto sotto la croce, la guardo e mi ripropongo di seguire il «mio» Fondatore, quello che non usa né spada né spine, ma ha subito e l’una e le altre per spezzare la spada e toglierci le spine del risentimento, dell’inimicizia, dell’ostilità. Gli chiedo di farmi grazia del «suo» Spirito per tenere a bada il mio.
Cominciamo dai bambini. Accanto a quelli sorridenti, affettuosi, rispettosi si è intensificato in questi ultimi mesi un nugolo di lanciatori di sassi, di disturbatori, di «piccoli provocatori» di ogni genere. I bambini sono lo specchio del mondo degli adulti. A casa, a scuola, in televisione si dicono spesso di noi cristiani bugie e calunnie. Il risultato non puo’ che essere lo scherno di quei «piccoli» che Gesù voleva a sé ma di cui metteva in guardia quanti li «scandalizzano» cioè quanti sono per essi «motivo di inciampo e di induzione al male». Mi sono ricordato di quando da bambino sentivo «parlare male» dell’unica famiglia protestante del mio paese o di quando sentivo dire che «tutti i turchi fanno cose turche». Il male che si riceve, a volte ti rimette sotto gli occhi il male fatto anche se dimenticato. In altri momenti mi tornano in mente le parole di Giobbe sofferente, figura della passione di Gesù: «Tutto il mio vicinato mi è addosso… anche i monelli hanno ribrezzo di me… mi danno la baia…» (Giobbe 18,7 e 19,18). Stiamo studiando una strategia ancora maggiore di affabilità e accoglienza, di silenzio, di sorriso, di persuasione.
Una famiglia di musulmani diventati cristiani prima che io arrivassi a Trabzon, mi ha parlato del pianto dei suoi bambini a scuola quando si diceva ogni sorta di male dei cristiani. Ne hanno parlato con l’insegnante ricevendo le scuse e un impegno di maggiore onestà e correttezza. Un padre di famiglia, registrato musulmano sul documento di identità (in Turchia sulla carta di identità è annotata la religione), desidera ritornare alla fede cristiana dei suoi antenati. Ma si scontra con gli insulti e le minacce di alcuni del suo villaggio. «Se mi assalgono e io rispondo sono ancora cristiano?», mi chiedeva preoccupato e pensoso. «Si’ – gli rispondevo – perché il Signore capisce la tua debolezza. Ma ricordati che a noi cristiani non è lecito ’l’occhio per occhio e dente per dente’. Noi siamo discepoli di Colui che porta le piaghe su tutto il suo corpo e che ha detto a Pietro: ’Rimetti la spada nel fodero…’. Contro il peccato Gesù ha eretto come baluardo il suo corpo sacrificato e il suo sangue versato. Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri, non dalla violenza come risposta alla violenza". Un giovane che per motivi sinceri e retti si era accostato alla chiesa non ha resistito all’ostilità degli amici, dei familiari, dei vicini di casa e alle «premure» della polizia che pur garantendogli piena libertà («la Turchia è uno stato laico, sei libero», gli hanno detto) gli chiedeva comunque perché andava, cosa accadeva in chiesa e se conosceva tizio e caio… Una signora cristiana di nazionalità russa, sposata con un musulmano e madre di un bambino, mi raccontava le angherie della suocera, il disprezzo dei parenti perché «pagana e idolatra», e le ripetute spinte a divenire musulmana. Appena ha letto, entrando in chiesa, una frase scritta in russo, gli si è rischiarato il volto. Le ho dato una Bibbia in russo e altri libri di preghiera sempre in russo. Si è sentita finalmente «libera» e davvero «sorella».
Consentitemi ora una riflessione a voce alta, alla luce di quanto vi ho raccontato. Si dice e si scrive spesso che nel Corano i cristiani sono ritenuti i migliori amici dei musulmani, di essi si elogia la mitezza, la misericordia, l’umiltà, anche per essi è possibile il paradiso. E’ vero. Ma è altrettanto vero il contrario: si invita a non prenderli assolutamente per amici, si dice che la loro fede è piena di ignoranza e di falsità, che occorre combatterli e imporre loro un tributo… Cristiani ed ebrei sono ritenuti credenti e cittadini di seconda categoria. Perché dico questo? Perché credo che mentre sia giusto e doveroso che ci si rallegri dei buoni pensieri, delle buone intenzioni, dei buoni comportamenti e dei passi in avanti, ci si deve altrettanto convincere che nel cuore dell’Islam e nel cuore degli stati e delle nazioni dove abitano prevalentemente musulmani debba essere realizzato un pieno rispetto, una piena stima, una piena parità di cittadinanza e di coscienza. Dialogo e convivenza non è quando si è d’accordo con le idee e le scelte altrui (questo non è chiesto a nessun musulmano, a nessun cristiano, a nessun uomo) ma quando gli si lascia posto accanto alle proprie e quando ci si scambia come dono il proprio patrimonio spirituale, quando a ognuno è dato di poterlo esprimere, testimoniare e immettere nella vita pubblica oltre che privata. Il cammino da fare è lungo e non facile. Due errori credo siano da evitare: pensare che non sia possibile la convivenza tra uomini di religione diversa oppure credere che sia possibile solo sottovalutando o accantonando i reali problemi, lasciando da parte i punti su cui lo stridore è maggiore, riguardino essi la vita pubblica o privata, le libertà individuali o quelle comunitarie, la coscienza singola o l’assetto giuridico degli stati.
La ricchezza del Medio Oriente non è il petrolio ma il suo tessuto religioso, la sua anima intrisa di fede, il suo essere «terra santa» per ebrei, cristiani e musulmani, il suo passato segnato dalla «rivelazione» di Dio oltre che da un’altissima civiltà. Anche la complessità del Medio Oriente non è legata al petrolio o alla sua posizione strategica ma alla sua anima religiosa. Il Dio che «si rivela» e che «appassionatamente» si serve è un Dio che divide, un Dio che privilegia qualcuno contro qualcun altro e autorizza qualcuno contro qualcun altro. In questo cuore nello stesso tempo «luminoso», «unico» e «malato» del Medio Oriente è necessario entrare: in punta di piedi, con umiltà, ma anche con coraggio. La chiarezza va unita all’amorevolezza. Il vantaggio di noi cristiani nel credere in un Dio inerme, in un Cristo che invita ad amare i nemici, a servire per essere «signori» della casa, a farsi ultimo per risultare primo, in un vangelo che proibisce l’odio, l’ira, il giudizio, il dominio, in un Dio che si fa agnello e si lascia colpire per uccidere in sé l’orgoglio e l’odio, in un Dio che attira con l’amore e non domina col potere, è un vantaggio da non perdere. E’ un «vantaggio» che puo’ sembrare «svantaggioso» e perdente e lo è, agli occhi del mondo, ma è vittorioso agli occhi di Dio e capace di conquistare il cuore del mondo. Diceva S.Giovanni Crisostomo: Cristo pasce agnelli, non lupi. Se ci faremo agnelli vinceremo, se diventeremo lupi perderemo. Non è facile, come non è facile la croce di Cristo sempre tentata dal fascino della spada. Ci sarà chi voglia regalare al mondo la presenza di «questo» Cristo? Ci sarà chi voglia essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come «cristiano», «sale» nella minestra, «lievito» nella pasta, «luce» nella stanza, «finestra» tra muri innalzati, «ponte» tra rive opposte, «offerta» di riconciliazione? Molti ci sono ma di molti di più c’è bisogno. Il mio è un invito oltre che una riflessione. Venite!
Vi lascio ringraziandovi dell’accoglienza nelle tre settimane trascorse a Roma. Desidero ringraziare in particolare i tanti parroci romani e i responsabili di varie realtà studentesche che mi hanno invitato a tenere degli incontri o delle testimonianze.
Ringrazio Dio per quanti hanno aperto il loro cuore. Ma sia ancora più aperto e ancora più coraggioso. La mente sia aperta a capire, l’anima ad amare, la volontà a dire «si’» alla chiamata. Aperti anche quando il Signore ci guida su strade di dolore e ci fa assaporare più la steppa che i fili d’erba. Il dolore vissuto con abbandono e la steppa attraversata con amore diventa cattedra di sapienza, fonte di ricchezza, grembo di fecondità. Ci sentiremo ancora. Uniti nella preghiera vi saluto con affetto. Potete scrivere i vostri pensieri, fare le vostre domande, esprimere le vostre proposte. Insieme si serve meglio il Signore.
don Andrea

Roma-Trabzon 22 gennaio 2006

 

(da: Avvenire.it)

 

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