Toti tui

Archivio per dicembre, 2007

L’email più bella, sorprendente, emozionante

Se un amico carissimo, 50 anni come te e che non vedi da un anno (vive in Africa), sotto Natale ti sbalordisce con …un’email, tu che fai?

La metti nel tuo blog!

Buon Natale,  cara famigliola amica nel Continente nero! Buon Natale all’Africa e al mondo intero!

 

 

 

Lettera di Natale 2007                                                                                Nairobi

 

Non so le porte dell’inferno siano negli abissi della terra o in quelli delle sfere celesti, ma il pediatra ha detto che siamo giunti con te a quelle porte e ne siamo tornati indietro.

E’ stato questo il breve, infinito viaggio della tua nascita, viaggio di andata  e di ritorno tra Natale e Venerdì Santo.

Gli eventi che mutano le nostre storie sono così. Un lampo che guizza tra cielo e terra, un attimo che fugge senza darci il tempo di capire ma che lascia il segno.

Erano quasi le sette di sera. Due ore prima, il medico aveva scosso la testa. Il battito cardiaco fetale era anomalo. Meglio un controllo all’ospedale per monitorarlo. Aveva ventilato un parto per induzione, forse un cesareo. “Vedremo”, aveva aggiunto evitando di suscitare panico.

Neppure mezz’ora di controllo. E’ un cesareo, d’urgenza.

Sono alla porta della sala operatoria che si apre e chiude sulle barelle spinte in fretta.

Ho il cuore che martella violento alimentando l’ansia che si contrae nello stomaco e  annebbia di lacrime lo sguardo. L’infermiera ha detto che il bambino uscirà tra 15 minuti. Ma come sarà?

Sono seduto, in attesa. Immerso nei miei pensieri, guardo distratto gente che passa indifferente, altrettanto immersa nei propri.

Temo per nostro figlio. Anche per Carla già sotto i ferri.

La TV appesa al muro fa scorrere le pubblicità di sempre.

Lì fuori c’è il mondo, le sue regole sregolate, un sacco di gente convinta che avrà accesso a ciò da cui è già stata esclusa, notti scarse di luna lavate dagli ultimi scrosci di pioggia, l’odore della stagione secca in arrivo impregnata dei fumi della città degli uomini.

Sono attraversato da un senso di impotenza, totale.

Un battito cardiaco rallentato può causare ritardi nello sviluppo.

Le palme delle mani sudano.

Il chirurgo ha guardato me e tua madre negli occhi: “Non possiamo prevedere come  sarà.”

Ha congiunto le mani intrecciando le dita come fossero un tetto di foglie di palma.

“Ho fiducia in Dio,” ha aggiunto, prima di sparire dietro il silenzio di una porta.

Mi viene da piangere, ho paura per nostro figlio

Penso che anch’io a volte sono passato accanto a gente in attesa di fronte ad altre porte chiuse, indifferente.

Aspetto. Il tempo che separa il dubbio dalla certezza è un tempo diverso, interminabile.

Avevamo desiderato un parto naturale. Un figlio partorito con il corpo, sudando, chiamandolo, soffiando ad ogni contrazione. Sentirlo liberare i polmoni nel pianto facendo spazio al vento che forza al primo respiro.  Un parto da Presepe, alla Gesù bambino tra pecore, angeli e pastori.

Sono solo, non vedo angeli. I sogni sono chiusi nel cassetto. Non trovo la chiave.

“Padre nelle tue mani affido nostro figlio”.

Il cuore batte più forte.

Quanto manca ancora?

Non manca l’amore.

Ho davanti agli occhi Carla stesa sulla barella. Le porte della sala operatoria si aprono. Ci guardiamo. I nostri sguardi si intrecciano come mani che si stringono prima che le dita si tendano fino a lasciarsi.

“Ti amo”.

Lo diciamo come un bacio, le parole incollate le une sulle altre, saldate dallo stesso istante.

Quanto manca?

C’è l’amore.

Comunque tu sia, figlio nostro e di Dio, c’è l’amore.

Chiunque tu sia c’è l’amore figlio nostro e di Dio.

All’inizio e alla fine.

Il cuore batte più forte. Non so più se per paura o per amore. Forse è solo per compensare i battiti del tuo piccolo cuore che sul monitor salivano e scendevano in un’altalena che fermava il mio. Ti avrei regalato volentieri i miei per pareggiare il conto.

Ti prego Padre dell’amore.

 

 

Non importa che sia bello, fa che sia un cucciolo d’uomo qualsiasi, uno che si mette a bottega per imparare un mestiere, fa che abbia difetti come noi, suoi genitori.

Siamo nel palmo della tua mano, spalancato a reggerci la testa.

E’ nato, lo sento. Sono le 19:06. Sei nato lontano dal giorno. Fuori, la notte ha appena iniziato a respirare con te.

Lo affido al palmo della tua mano Padre e Madre della vita. E’ il nostro dono perfetto.

La porta schiocca, spinta da mani frettolose. Non vedo l’asino ed il bue a riscaldarti con il loro fiato, ma due infermiere che ti scortano fuori dalla sala operatoria. La tua mangiatoia è un carrello portabambini a rotelle.

Ti vedo e guardo per la prima volta: “Benvenuto figlio”.

Sei avvolto in fasce come un Gesù bambino. Appare solo il tuo volto. Ti frugo in viso e vedo il profilo di mio padre, una pennellata di famiglia.

Deve essere così, così ho voluto vederti.

Vieni da lontano, un viaggio di anni luce, cromosomi, generazioni e chilometri macinati nel tempo. Il primo tuo passo nel brodo primordiale agli albori della vita.

Un brivido sale dalla schiena e un nodo si scioglie dentro, come ghiaccio che cola caldo e voglia di piangere.

“Congratulazioni, è un maschietto” sussurra l’infermiera.

“Maschietto?” rispondo, congelato nel pensiero.

Lo ripete allegra, come un applauso di benvenuto al mondo.

Maschio o femmina, bello o con testa a pera. Come ti volevamo?

Eravamo pronti a riconoscerti comunque e a dirti “Ti vogliamo bene così come sei”, ma non ci riesco.

“Bellissimo” ho pensato. “Sei bellissimo.” Ti ho detto.

Non potrei avere niente di più bello di questo nostro bimbo.

Chiedo se vi sono state complicazioni.

Il cordone ombelicale si era presentato in basso tra testa e placenta. Quando veniva compresso causava una diminuzione del flusso di sangue al feto.  Se fosse sceso solo un po’ più in basso verso l’osso pelvico, se fossero iniziate le contrazioni, se si fossero rotte le acque….

Non nasciamo per le felicità desiderate dai nostri genitori, non per i loro sogni.

Ho pensato che sei venuto dal cielo. Non ci appartieni. Sei un dono.

Appena uscito hai pianto. Hai sputato le acque del vecchio mondo a cui appartenevi, hai inghiottito l’aria del nostro e hai pianto. Hai gridato la tua voglia di venire alla luce e la tua liberazione. Hai pianto come piange la vita che nasce e si unisce a tutti i pianti dei figli degli uomini.

Siamo scesi alla nursery dove per te hanno arricchito con ossigeno questa nostra sterile aria e monitorato il battito del tuo cuore in miniatura.

Hanno chiuso la porta, tu dentro, io fuori, tua madre in sala operatoria. Altre porte che si chiudono e ci separano. Spesso si riaprono, a volte no. Così per tutta la vita.

Sbuffi di pianto mi annebbiano lo sguardo mentre ascolto la voce del cuore.

“Un figlio……”.  Mi faccio gli auguri di Natale!

Un altro figlio dell’umanità appare nella mangiatoia a rotelle portabambini e subito scompare spinto nella nursery room. E’ decisamente un giorno di Natale.

Corro a compilare il modulo d’ammissione in ospedale a ricordarmi che fuori c’è il mondo, la terra degli uomini che vuole registrarti e riscuotere il dovuto.

Poi, di nuovo davanti alla porta chiusa della sala operatoria, in attesa di tua madre.

Il cuore è colmo di riconoscenza per te, lei, il Padre dell’amore.

Tua madre: femmina e donna per nove mesi con un fagotto di figlio dentro il corpo.

Mi mostrava le tue mosse sulla pancia, quando facevi le capriole e le sporgenze facevano indovinare un piede, un braccio, una mano tesa. Voglia di venire alla luce, dal buio del suo ventre.

Occupavi tutto il suo spazio, nella pancia  e nella mente. Stavi nel suo respiro e nei suoi pensieri.

Nove mesi intasati di odori intensi, sapori non più amati, sensi tesi ad ascoltare ogni tuo battito.

Mesi di sospiri, sogni, acidità di stomaco e paure. Una pancia che cresceva come una luna sempre più piena, un corpo che si modificava come solo quello delle donne riesce a fare.

E contavamo giorni e settimane, e più il giorno si avvicinava più lo anticipavamo con un’altra data possibile.

Sei nato in fretta e tua madre ha sentito un buco dentro. Stavate bene in due in un corpo solo ed il tuo staccarsi le ha lasciato un vuoto pieno d’aria che le faceva male. Ti ha perso dentro ma ti ha ritrovato fuori.

Ora può abbracciarti, attaccarti al seno. Un seno gonfio da cui succhi la vita che contiene.

Dopo la poppata ti prendo nel palmo della mano e ti poso sul mio petto. Scalci e sbracci come se sognassi di essere ancora nel suo ventre, le pupille dilatate alla luce del mondo, la bocca che non vorrebbe smettere di succhiare.

Karibu (benvenuto), Elia!

Due sillabe di nome, dense dell’immensità della benedizione che contiene: “Dio è il Signore”.

Il primo dei comandamenti, la radice del bene, l’antitesi del male originale, la dichiarazione di ogni vita per poter essere. L’opposto del porre sul palcoscenico del mondo storie da prima donna, curve perfette o corone di nuovi imperatori. Sei già assegnato ad un’altra proprietà. Con te ho già versato la caparra del mondo a venire.

Schiudo porte e finestre, spalanco le braccia per accogliere il tuo piccolo corpo. La testa dondola, spinta da braccia e gambe che annaspano. Cerchi il seno e la vita che vi abita. Poi, posi il capo nell’ incavo tra il collo e la spalla. Sento il tuo respiro breve rallentare. Ti abbandoni senza resistenze, cedendo al sonno. Il tuo corpicino accaldato aderisce al mio senza una piega. Un incastro perfetto, come quello tra il fango di Adamo ed il soffio della vita sulle sue labbra.

Stai sul palmo di una mano ad occhi chiusi come nel giorno della creazione.

Per me e tua madre sei la nostra comunione di Natale, quella che infila frotte di gente alla Messa di mezzanotte.

Stiamo facendo la prima comunione di Elia.

Apriamo l’anima, ma tu vi entri comunque, semplicemente abbandonandoti.

Tra pianti e poppate ti accogliamo nella casa a cui appartieni senza condizioni  e nella città degli uomini, dove basta poco per venire esclusi.

Sei la nostra comunione con la Vita. Un vento che soffia forte, scioglie le nevi dell’inverno, spazza il cielo dalle nebbie e semina fiori nei giardini facendo impazzire di vita gli insetti.

Nelle notti di veglia ti guardo mentre succhi e respiri. Ti ascolto mentre trattieni il fiato per riempirti di latte e te lo riprendi in fretta spalancando gli occhi ad ogni pausa. Smetti di succhiare nel palmo di mano che ti accoglie. Respiri sazio ed imparo il dubbio di essere capace di abbandono.

Scosto la tenda alla finestra e guardo fuori.  Sei nato qui, sotto il cielo di questa città spezzata, senza stelle vaganti, a picco su di noi come nel presepe. Vedo solo la luce fredda che esce dal fondo dei cartelloni pubblicitari sulla strada.

Fuori c’è un mondo di rumore e un intenso odore di umanità ferite.

Penso ai pastori di Betlemme che vegliarono alla luce di una stella calata da un’apertura del tetto di una stalla, fuori nei campi.

Penso ai pastori Samburu, Masai e Turkana che intonano canti attorno ai fuochi vegliando sulle mandrie nelle radure.  Cercano l’alba come gli impoveriti di questa città in catene, che nelle baracche di lamiera vegliano sui propri sogni.

Tutti in attesa della stella.

La cometa era in viaggio, pellegrina con i Magi nelle notti in cui mancava la luna.

La cometa è in viaggio, pellegrina con i Magi di sempre nelle notti dell’anima.

Tu sei figlio di una cometa che ha sfiorato il nostro giardino. Sei un bambino cometa salito sopra il cielo della vita mia e di tua madre, una lanterna appesa ad indicarci la via.

Benvenuta, piccola cometa, venuta strisciando da oriente a scardinare la nostra notte chiedendo spazio nel cielo dentro e tra di noi.

Benvenuto figlio, venuto  a prenderci per mano e a plasmarci in un’anfora d’argilla che si colma di nuova Vita.

Buon Natale di vita!

Elia, Carla, Diego

 

 

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Ave Maria!

stralci da:  Igino Giordani, Maria modello perfetto, Roma, 1980

 

   

 

Maria era due volte madre: perché aveva generato (Gesù) nella carne e perché seguitava a generarlo nel suo spirito col tradurre in opere le sue parole, testimoniandolo con la propria vita (cfr. Lc 8, 21)  (p. 8)

Imitare Maria per imitare Gesù. Si dice che i figli somigliano alla madre: e ogni madre gode di tale somiglianza. Così Maria prova la massima gioia quando vede “riprodotti nei pensieri, nelle parole e nelle azioni di coloro che accolse come figli sotto la croce del suo Unigenito, i lineamenti e le virtù della sua anima” (cfr. Pio XII, Fulgens corona) (p. 12)

L’anima, a mo’ di Maria, sta nella disposizione di rendersi totalmente sua [di Dio], per essere volontà di Dio… Obbedire è farsi uno con chi chiede: e farsi uno è amare.

Cristiani così […] sono l’acies ordinata di Maria nella società…  (p. 208)

Installare Maria, come regina della casa, nella nostra persona, comporta in noi un atteggiamento di umiltà, di nascondimento e di solo servizio agli ordini di Dio, così da identificare pienamente la nostra volontà e i nostri sentimenti con l’anima di lei. […] Farsi servi di Maria è farsi servi di Gesù per il tramite della Vergine; è farsi disponibili per servire la purezza, la grazia, l’amore nel mondo.

L’inabitazione della Vergine –  sposa dello Spirito Santo – ci obbliga a una vita evangelica, mentre ci consacra come santuari della Madonna, non visti forse da alcuno, ma inseriti nel circuito sociale per trasmettere l’anima di lei…

Visto dal cielo, ognuno di noi apparirà una copia della Vergine; per l’anima di ciascuno l’avviso: «Anche tu puoi essere Madre del Signore».

Poter essere Maria per donare Gesù: vivere Gesù vivendo Maria… Allora la vita diventa paradiso in terra    (pp. 224-225)

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