Toti tui

In vista di domenica 27 luglio 2008, don Paolo, Valle d’Aosta, ci scrive…

Pedalo e fatico, ovvio.
Una volta a settimana, minimo. È una specie di ascesi moderna, una necessità assoluta per chi, come me, lavora di testa. E di cuore. Parto avvantaggiato: le montagne che mi sovrastano sono zeppe di sentieri, di strade poderali, di ascensioni. Questa volta ho scelto la bici, la Mountain Bike, e ho lasciato la macchina all’Arp du Jeu, nell’alta Valle del Gran san Bernardo. È un paesaggio lunare, molto particolare, invitante. Imbocco la strada poderale verso un alpeggio, la Tzà de Merdeux, sull’Alta Via. Intorno a me il bosco, poi supero i duemila e compaiono i prati in piena fioritura, la temperatura non supera i sedici gradi. Fatico, pedalando.
Sto usando i rapporti più corti, segno che la strada è in forte pendenza. E che io sono un ciclista della domenica.
Dopo un’ora e cinque arrivo all’alpeggio: le mucche sono al pascolo, ai bordi della strada si trovano dei grandi contenitori pieni di materiale da costruzione, c’è anche un piccolo scavatore: evidentemente stanno facendo dei lavori. Proseguo: c’è molta gente, giovani che salutano. Mi fermo e rifiato, bevo alla fontana. Alcuni giovani mi salutano calorosamente e mi dicono se voglio un thé.
Una decina di loro sta caricando dei mattoni negli zaini. Chiedo.
Il mondo è piccolo e ringrazio il mio solito (simpatico) angelo custode.
Sono i ragazzi dell’Operazione Mato Grosso, un’associazione di Torino che ha diverse attività in America Latina, gestiscono un lebbrosario, iniziative per bambini di strada e evangelizzazione. Li conosco perché li ospitavo in parrocchia, durante l’estate, per la giornata missionaria.
Stanno facendo qui quello che hanno fatto in Valgrisanche, al rifugio Scavarla: costruiscono un rifugio sull’Altra Via, che poi gestiranno e i cui proventi andranno per la missione andina in Perù, dove stanno insegnando ai giovani del luogo a diventare guide alpine. È la genialità dell’amore.
Per tre mesi, durante l’estate, si danno i turni di una settimana: trenta giovani alla volta, questi sono bergamaschi, scaricano il materiale dal camion e lo portano, con lo zaino, ai 2500 metri di quota, una passeggiata di 40 minuti a tratta da fare con venti chili in spalla per sei/sette volte al giorno.
Ma la cosa bella è che hanno scelto di farlo.
Per costruire un Rifugio, la Regione viene incontro con le spese, potrebbero noleggiare un costosissimo elicottero per il trasporto del materiale. Ma sarebbe un’altra cosa.

«Quando finirete?».
Una ragazza, stanchissima e sporca, sorride: «Per la prima neve vogliamo arrivare al tetto».
Riparto contento, devo concentrami sulla discesa, ripida, e sul dirupo a fianco della strada. Cadere a quaranta orari sarebbe piuttosto doloroso. La strada, come una biscia, carezza i fianchi della montagna, scendendo con decisione a valle.
Tornerò a trovarli, magari con le scarpe giuste, per fare anch’io un viaggio.

 

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