Toti tui

Archivio per novembre, 2008

La gioia di esistere (Lc 1, 46-55)

 

 

1. L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore. Maria esulta di gioia, di pienezza. Immaginate questa fanciulla di quindici anni che attraversa le montagne della Galilea per vedere il segno che Dio le aveva promesso. Immaginatela mentre entra nella casa di Elisabetta, la vede incinta come l’angelo le aveva detto e canta tutta la sua felicità.

Perché Maria è felice? Ce lo dice Lei stessa: Perché Dio ha guardato l’umiltà della sua serva. E’ lo sguardo di Dio che le trasforma la vita; gli occhi del Padre si rivolgono alla sua piccolezza, la scelgono, la amano di un amore pieno e bello che sazia tutto il suo desiderio. E’ quello sguardo che fa felice Maria. Certo, anche il suo è importante, ma è un di risposta. All’origine, c’è lo sguardo di Dio, il suo invito, il suo favore, la predilezione, l’amore, la grazia.

E noi? La grande scoperta che ha la forza di cambiarci la vita è che Dio Padre ha posato il suo sguardo anche su di noi, proprio su ciascuno di noi. Noi siamo i suoi figli e le sue figlie, i figli e le figlie che Egli ama di un amore immenso e infinito. Questo sguardo del Padre costituisce la nostra più vera identità. Il non averlo incrociato, il non esserne consapevoli ci espone a turbamento, tentazione, sofferenza; ci porta a cercare sicurezza e felicità in ciò che facciamo, in ciò che abbiamo, in ciò che gli altri dicono di noi. Ci dimentichiamo di essere i figli prediletti del Padre e andiamo in cerca – fuori di casa, fuori di noi – delle carrube che mangiano i porci. A questo punto ci accorgiamo che non siamo felici; impariamo a nostre spese che il successo, la popolarità, il potere non sono in grado di darci la felicità. E vorremmo con tutto noi stessi poter incrociare lo sguardo del Padre come l’ha incrociato Maria.

2. Tornando al testo del Magnificat, mi è nata dentro una seconda domanda: Come ha potuto Maria incrociare con tanta facilità lo sguardo del Padre? Ci risponde ancora Lei, Maria: “Dio ha guardato l’umiltà della sua serva”. In greco è tapéinosis, bassezza, piccolezza; una bassezza che non proviene tanto dalla condizione sociale, che non sta nella vergogna di una situazione particolare, ma nella sua consapevolezza di essere creatura, nel presentarsi priva di ogni orgoglio, totalmente disponibile all’azione di Dio. Per questo Dio ha potuto incrociarne così facilmente lo sguardo: perché non ha trovato barriere, difese, superbia e presunzione, ma solo e incondizionatamente disponibilità, umiltà.

Cos’è l’umiltà? L’umiltà è una virtù sospetta; ci arriva così carica di devozionalismo che facciamo fatica a scorgerne il vero contenuto. Ma se grattiamo via le incrostazioni superficiali, ci accorgiamo di quanto decisiva ed essenziale essa sia per tutti noi. Umiltà, da humus, terra, è la coraggiosa conoscenza di sé davanti a Dio, il riconoscere la verità di se stessi, l’accettare di essere creature, di appartenere alla terra, di essere limitati e destinati a morire, di avere impulsi sessuali, di dipendere da altre persone.

In quanto autentica conoscenza di sé, l’umiltà è una ferita portata al nostro narcisismo, al nostro orgoglio e alla nostra superbia. Essa fa cadere le impalcature traballanti che continuamente ci costruiamo per tentare di essere diversi da quello che siamo. Ci butta a terra perché solo quando siamo a terra diventiamo il terreno su cui la grazia può sviluppare la sua fecondità.

Non l’umiltà da sola, ma l’umiltà insieme allo sguardo d’amore di Dio possono operare in noi il miracolo della trasformazione, come è avvenuto in Maria. Il riconoscerci piccoli e poveri, il metterci inermi nelle mani di Dio e lasciarci amare da Lui, possono operare in noi il miracolo dell’Amore, renderci gravidi di vita e di gioia. Tutto di noi allora – la nostra vita, il nostro corpo, la nostra storia, anche i nostri fallimenti e le nostre ferite – potranno diventare creta nelle mani di Dio, un capolavoro come mai l’avremmo immaginato. In questa prospettiva, a volte certe esperienze di vita sono salutari per farci percepire la pochezza che siamo, condurci ad incrociare lo sguardo di Dio e aprirci in pienezza alla gioia di esistere (cf E. Bianchi, Lessico della vita interiore, BUR, Milano 2004, pp. 187-190).

3. C’è un terzo passaggio che dobbiamo fare: Cosa cambia una volta che uno ha incrociato con cuore umile il suo sguardo con quello di Dio? Come si trasformerà la sua vita? Non c’è da aspettarsi niente di straordinario; i giornali non scriveranno nessun pezzo su di lui. Tuttavia egli imparerà ad andare in profondità delle cose; ogni istante, ogni frammento gli parlerà di Dio, ogni realtà gli comunicherà un raggio della sua luce. Quella pienezza di vita che tanto spasmodicamente cercava fuori di sé, zampillerà dal suo cuore ed egli si troverà a vivere con una gioia e un amore tali da fargli scoppiare il cuore. Del resto, Dio non ci ha creato per essere tristi e infelici, ma per essere innamorati, felici, ubriachi di vita. Non possiamo accontentarci di poco; dobbiamo desiderare tutto.

Sì, mi direte voi, ma c’è qualche segno che mi può dire se mi sono messo per questa strada? I segni ci sono: un nuovo rapporto d’amore con le persone, la possibilità di trasfigurare gli avvenimenti, l’attitudine ad andare al di là dell’apparenza per cogliere il positivo nascosto in tutte le cose, la speranza. Soprattutto la capacità di dire grazie. Si dice grazie quando il cuore sovrabbonda di pienezza. Il grazie è dunque la cartina di tornasole infallibile che misura la nostra gioia di esistere.

Maria, quando si è accorta di ciò che Dio aveva fatto in Lei, della vita di cui l’aveva ricolmata, non ha potuto non esplodere in un canto di grazie, il Magnificat. Questo è vero anche per la nostra vita. Il grazie a Dio e ai fratelli è il sigillo inconfondibile della nostra guarigione, il segno che siamo stati afferrati dalla gioia di esistere, che abbiamo sperimentato questa gioia, che siamo innamorati della vita.

Mons. Sandro Panizzolo

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Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre

 

Matteo 7:11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli …

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