Toti tui

Eluana…

 

La mia testimonianza
02 settembre 2008

   …" Staccare la spina ".

Cosa vuol dire staccare la spina? La spina che si stacca può essere  di un elettrodomestico, non di una vita.

Sono Amedea, la mamma di Davide, un ragazzo di 35 anni in coma da 8  per overdose e se mi permetto di dire queste cose è perché vivo anch’io le sofferenze del padre di Eluana. Questa situazione io la vivo in casa da 8 anni,ma ora per me non è più sofferenza, è diventata gioia.

Davide è in coma dal 2000, anno del Giubileo, nel giorno della festa del papà, una festa che non dimenticherò mai. Erano le otto di sera quando abbiamo ricevuto la visita dei carabinieri che ci dicevano che mio figlio era in ospedale, in rianimazione e le sue condizioni erano molto gravi.

Mi ricordo ancora la diagnosi dei medici: Davide era in pericolo di vita e se fosse vissuto non c’era più niente da fare, sarebbe stato per sempre in coma vegetativo: la stessa diagnosi fatta a Eluana.

Una “sentenza “ terribile, dolorosa, durissima da accettare.

Dopo venti giorni, Davide è stato inserito in reparto e qui è rimasto per due mesi e poi è stato portato in una struttura per la riabilitazione. In questa struttura mio figlio era anche lui intubato e mangiava tramite un sondino naso- gastrico. Stava molto male: aveva delle gravi broncopolmoniti con febbre altissima.

Io insieme a mio marito e all’altro mio figlio lo abbiamo assistito continuamente, facendogli sentire che gli eravamo vicini.

Dopo quattro mesi era giunto il momento di dimetterlo da questa struttura e abbiamo chiesto un consulto ad un medico della Clinica S. Anna di Ferrara, un centro specializzato proprio per questi casi. Lui ci ha detto che siccome erano già trascorsi sei mesi dall’incidente, lo ritenevano irrecuperabile e quindi lo dovevamo mettere in una struttura di lunga degenza ( R.S.A residenza assistita sanitaria).

Mi ricordo che mio marito, mio figlio ed io ci siamo guardati negli occhi , ma il pensiero era il medesimo: portiamolo a casa . E così è stato.

Prima di portarlo a casa ho chiesto ai medici di toglierli la tracheo (perché potesse respirare da solo) e il sondino dell’alimentazione dal naso e in sostituzione gli è stata applicata la “ pec”.

Non portavo più a casa mio figlio, un ragazzo di 27 anni ma un bimbo da gestire completamente come un neonato. Vivevo solo nella sua camera perché necessitava di cure continue: non ero solo la sua mamma ma mi ero trasformata ( seppur senza competenza ) in infermiera e perché no…. anche in medico. Azionavo l’ossigeno quando occorreva, gli facevo le punture ed avevo imparato anche a togliergli l’ eccessivo catarro con una particolare attrezzatura.

La mia vita non era più la stessa: provavo tanta paura perché non sapevo come fare a gestire questa nuova e drammatica situazione.

I primi due anni sono stati per me una tragedia, una tragedia incondizionata.

Davide aveva lo sguardo nel vuoto, non manifestava alcuna reazione anche se io e i miei famigliari lo continuavamo a stimolare  in continuazione: parlandogli tanto e facendogli sentire la nostra presenza e il calore della sua casa.

Avevo pensato di farla finita, perché venivo già da un enorme dolore: la perdita di un figlio morto solo a 12 anni in seguito ad un incidente stradale.

Quando sembrava mi fossi ripresa per la morte prematura di questo mio figlio, mi è crollato di nuovo il mondo addosso. Per questo dico che l’avrei voluta fare finita, perché provavo un dolore troppo grande, insopportabile, tanto che ho incominciato a farla pagare  a me stessa, facendo parecchi sbagli.

Tutto questo per quasi due anni e quindi capisco la sofferenza del papà di Eluana nell’accettare la condizione del suo stato vegetativo.

Ho avuto il privilegio di essere una parrocchiana di Don Oreste Benzi che mi è stato molto vicino in questi brutti momenti e mi ha sostenuto. Ad un certo punto della vita però ognuno di noi  deve scegliere: mi sono sentita una grande forza interiore ed ho scelto di vivere per la mia famiglia, soprattutto per Davide che in quel particolare momento aveva bisogno della sua mamma.

E così , dopo due anni , quando mio figlio ha percepito che si poteva fidare perché mi sentiva serena e perché capiva che la sua famiglia lo aveva accettato incondizionatamente, ha incominciato a dare dei segnali positivi.

Non vede, non parla ma lui percepisce le nostre voci, i nostri gesti e sorride. Ciò è la conferma che la nostra scelta di averlo con noi a casa è stata “una scelta per la vita”, perché lui, seppur i medici dicono si trova ancora in coma vegetativo, per noi è presente, fa parte integrante della famiglia e soprattutto lo vediamo sereno. Ma non solo. Come diceva Don Oreste (e sicuramente lo penserà anche dal cielo) Davide, nel suo silenzio e nella sua immobilità, non è qui a caso: dona a noi famigliari e a tutte le persone che lo conoscono una lezione di vita.

Un’ulteriore conferma l’ho avuta proprio ieri: mentre mi trovavo dal mio medico di famiglia gli ho chiesto se lui avesse tolto la spina a mio figlio otto anni fa. Lui mi ha risposto che tutte le persone hanno diritto di vivere, in qualunque stato si trovino; se Davide si fosse trovato in una struttura forse non ci sarebbe stato più, perché era veramente molto grave, la sua fortuna è stato il coraggio che avete avuto di portarlo a casa. E allora questa famosa “spina” la deve staccare solo il Padre nostro. Il coma di Davide, una volta accettato, è diventato per me gioia, perché mi basta un suo sorriso, un suo sguardo, anche se nel vuoto, a donarmi tanta serenità e tutto ciò mi riempie di gioia. Come posso staccare la spina a questo figlio? Questo per me è il senso della vita.    

Fonte:  clicca QUI

 

 

 

 

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