Toti tui

Caro amico,
tu mi dici, come si fa ad avere speranza in tempi come questo? Tempi di guerra, di terrore, letteralmente, di opposti fondamentalismi, di razzismi, di lavoro e sentimenti precari, di diseguaglianze e ingiustizie? Come si fa a sperare e chi continua, spes contra spem, a sperare? E soprattutto, cosa spera la gente?
Beh, ti dovessi dire…io non sono così pessimista. In realtà c’è più gente che spera di quanto non si creda. D’altra parte io sono della scuola di Francois Varillon: la speranza è un istinto genetico, costitutivo, dell’uomo. La speranza di cambiare vita, la speranza di un diverso orizzonte, la speranza, magari anche solo il sogno, di uscire dal tunnel dell’oppressione, della servitù, della depressione, della miseria, la speranza di una vita oltre la vita, la speranza di una nuova scoperta, la speranza di conoscere il mistero della vita… La ragione è alla radice della speranza. Perché? Non potrebbe apparire il contrario? No la disperazione è il rifiuto di affrontare con la ragione il problema del senso ultimo della vita, del senso della storia, rimanendo prigionieri, in modo irrazionale ed emotivo, dei dati immediati, duri e oscuri, dell’esistenza e dell’ingiustizia, del mistero del male, del dolore, della morte, dell’insensatezza delle crudeltà, della violenza….
Se vuoi la speranza è la risposta alla disperazione, la risposta al senso del limite, della finitezza, è, come dire, una pretesa della ragione di cercare di intuire il senso della vita oltre l’insensatezza apparente, la ricerca del sentiero per dare una spiegazione al desiderio ed ai momenti di felicità, di gioia, all’amore, all’amicizia, alla solidarietà, di riconoscere l’esigenza insopprimibile di un oltre, di un Altro, l’istinto, dell’eterno, del divino, dell’infinito.
E’ un po’ come definire il nostro tempo secolarizzato, un po’ come parlare di eclissi del sacro. Mai visto un’epoca più intrisa di sacro, di deificazione, di sacralizzazione, di tante banalità: dalle identità etniche al libero mercato, dalle etnie alla ricchezza, dal sesso al diritto di proprietà privata, dal tifo sportivo al look all’apparenza, dall’avere all’apparire, dal successo agli status symbol, per non parlare delle sette religiose, del recupero delle radici religiose in funzione culturale, identitaria di “civiltà contro” sino a tutte le liturgie laiche e tutti i templi profani: la borsa, le banche, i centri commerciali, gli outlet, i cosiddetti “eventi” musicali o televisivi, sportivi o politici, persino le piste ciclabili e i mercatini etnici…
Il problema, hai ragione tu, è piuttosto capire cosa, oggi, in queste ore, in questi mesi, in questi anni, sperano gli uomini e le donne, i giovani, i ragazzi, gli anziani.
Cosa spera l’umanità che è prigioniera degli orizzonti precari della vita, dal lavoro precario alla precarietà e alla frammentazione degli affetti, dei legami profondi, dell’idea stessa di patto, alleanza, amicizia, amore, e persino alla precarizzazione delle stesse convinzioni etiche e politiche? Cosa sperano i prigionieri delle liturgie secolarizzate del nostro tempo, nei centri commerciali, negli outlet, nei supermercati, nei mercatini domenicali? Cosa credono che sia la speranza tutte le donne e gli uomini che ritmano la loro vita con la lingua degli spot, con i giochi i serial e i gossip televisivi, con la seduta in palestra e la seduta in pizzeria, la stagione dei saldi e quella delle emozioni collettive (dalla solidarietà via sms, alle grandi paure per gli attentati e alle grandi fiction o alla programmazione cinematografica e televisiva natalizia)….
Per molti la speranza è un’automobile nuova, è la casa, la prima casa, ma anche la seconda casa, una storia d’amore, una serata di sesso, un contratto di lavoro, il lavoro a tempo indeterminato, una promozione, una comparsata televisiva, una vacanza, una crociera, un colpo di fortuna, un grande successo di denaro o di carriera, il nuovo ipod, un nuovo super dvd, un nuovo frigorifero. Secolarizzate le grandi speranze politiche o rivoluzionarie, ridotta allo stato laicale la speranza cristiana, la speranza diffusa di molti occidentali è quella di fuggire dall’angoscia, dai grandi interrogativi sulla vita e sulla morte, o dalla precarietà con supplementi di gratificazioni materialiste ravvicinate, con piccole attese di felicità istantanea. Il nostro è tempo di liofilizzati e non di obiettivi differiti, di progetti da costruire, e da condividere.
Questo è vero. Ma io non credo all’eclissi della speranza. Tu mi avverti: attento, non mi replicare con le solite dosi di buonismo retorico, di falso perbenismo, di speranzismo cattolico da omelia o documento ecclesiale, o di ottimismo laico della volontà…Ebbene hai ancora ragione. Cercherò di dirti la mia evitando i luoghi comuni melassati. Il vero rischio di oggi è la non speranza. Su questo sono d’accordo. Ma la non speranza è il non cristianesimo. Perché la speranza cristiana, che non necessariamente coincide con la conversione del mondo e il trionfo del bene sul male sulla terra, è il fondamento escatologico del cristianesimo. E senza fondamento escatologico non esiste né esperienza di fede, né trascendenza. I cattolici pessimisti, come i cattolici musoni o i cristiani moralisti, sono una bestemmia vivente. Inutile che ti ricordi ancora una volta il poema di Charles Péguy, Il portico della seconda virtù, quando si sbilancia: “la virtù che amo di più, dice il Signore, è la speranza”.
Per i cristiani, insomma, il limite invalicabile resta la concezione autentica e non sdolcinata della speranza cristiana: la tensione escatologica che ridimensiona ogni illusione e ogni progetto umano.
Tutto questo neo-cristianesimo senza Parola, senza Vangelo, ridotto – come ci siamo detti tante volte ma giova pur sempre ripeterlo – ad identità culturale, addirittura ad identità geopolitica, questo cristianesimo senza stranieri, senza samaritani e samaritane, senza prostitute, senza pubblicani e senza Zaccheo, senza adultere e senza poveri, dunque senza speranza, senza riscatto, senza giustizia, senza eguaglianza, senza fraternità, senza libertà – quella vera, quella del grido degli schiavi: Freedom, Freedom over me, non quella dei neo liberisti che vogliono liberarsi solo dalle regole, dalle costituzioni scritte, dall’indipendenza ed autonomia dei poteri – tutto questo cristianesimo dei valori proclamati e non vissuti, dei valori “ideologici” e non biblici, dei valori conservatori, ebbene questo cristianesimo post-cristiano e senza speranza è il vero problema.
La lezione dei martiri e dei profeti ci porta a una necessaria, non rinviabile scelta di campo: la strada della felicità, quella dell’avventura cristiana. La Croce è il segno eterno, nella storia ma oltre la storia, nel tempo ma oltre il tempo e lo spazio, che il Dio della nostra esperienza di fede non è il Dio del potere, della potenza, del dominio, ma il Dio Amore della apparente sconfitta nella storia, nel tempo, il Dio crocifisso.
Per questo noi non dobbiamo avere paura della depressione, dei momenti di bassa in cui vediamo tutto nero, dal piano personale a quello politico. La disperazione è parte della condizione umana: ce lo insegna anche una delle più intense espressioni musicali, il blues. Se non attraversassimo momenti cupi saremmo perfetti, cioè non saremmo umani, perché la nostra è condizione di finitudine e di limite. Solo avvertendo tutto l’abisso, e tuttavia tutti i raggi di luce, tutto il dolore ma anche tutte le energie di allegria, innamoramento, estasi, della nostra esperienza carnale e dunque storica, possiamo credere – e possiamo farlo con la ragione, con l’intelligenza razionale – in un riscatto, nella redenzione, della chiamata ad una Città Futura pienezza dei tempi, speranza compiuta finalmente, perciò pienezza di umanità, anzi di divino-umanità. Se Dio è Amore la speranza non può essere vissuta in solitudine. Se Dio è Amore la sua conoscenza, diventare intimi di Dio, vivere con Dio, essere intimi di un Amore che rende liberi, che suscita e crea libertà, vuol dire cercare, anzitutto, di nutrirmi di questo amore infinito che rende liberi in modo assoluto, totale, e già ora. E’ una convinzione profonda maturata nella mia esperienza di vita, nel mio viaggiare, nel mio leggere, nella mia strada, che dalla ragione porta alla fede, ad una fede liberante, appagante, fondamento di piacere, non di dovere.
Croce e Resurrezione sono l’inizio di un percorso di trasfigurazione che siamo chiamati a percorrere, credendoci e sperandoci. Questa è l’eredità, la lezione che ci è stata data. E se riusciamo a metterci su questa strada non con condizioni particolari di privilegio, ma dovendo fare i conti quotidiani con il lavoro, con i pannolini da cambiare, con figli da tirar su, avremo incarnato la speranza che condividiamo con tanti altri.

Paolo Giuntella

(dall’Osservatore Romano, a un anno dalla nascita al Cielo di Paolo)

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