Toti tui

Archivio per dicembre, 2009

Auguri (appena giunti) dall’Africa, con amore

E` un Natale
all’italiana, di corsa, senza tempo, neppure per questa lettera scritta di
getto, senza pensarci troppo, in ritardo. Un lavoro che ti ruba le
ore del sonno e due figli piccoli sono sufficienti ad annullare il resto. Senza
meditazione al mattino e pausa pranzo, arrivi di fretta a sera.

Scappi a casa con una
valigia di pensieri. La lasci sulla soglia per riprenderla il giorno dopo, ma
ha le gambe e ti segue come un’ombra. Tempo fa straripava di volti e nomi di
bambini,  ora e` gonfia di storie di un
mondo adulto e malato.

Il lavoro nel carcere
minorile e` un albero cresciuto, 
ramificato in altri istituti per bambini, esteso nei servizi minorili
territoriali. Vi succedono un sacco di cose e l’esserci o meno, a volte, fa la
differenza fra speranza e disperazione.

Sono storie in cui non si
puo` entrare in punta di piedi. Sintomi duri di un disagio sommerso, vasto
quanto il degrado fisico e morale che schiaccia questa citta` dalle vite parallele,
fatta di scatole sigillate, accatastate una sull’altra, senza porte, ne`
finestre, in disordine.

Qui come da voi, siamo incastrati
in un sistema malato dove chi sta male e` la piaga sanguinante di un malessere
profondo. Il male essere fa star male, un male diffuso che si scatena seminando
altro dolore, dal carnefice alla vittima. A monte vi sta il sistema sballato che
permette ad entrambi di esistere.  

Inevitabilmente, l’ago
della bilancia per me si sta spostando dal bambino alla malattia che se lo mangia,
perche`, nella sua essenza ogni male e` frutto di una radice malata e
necessariamente condivisa.

I nostri bambini stanno
male perche` e` malato il villaggio in cui vivono, pallido il sole che lo
illumina, stanca la mano che coglie il grano per sfamarli, dure le pietre delle
colline dove giocano. E` narcisista la politica dalle parole stanche, sorde
come una campana fessa. Demente l’ economia ostinata nella mala spartizione di
una torta che appartiene a tutti. Vuota la religione scollata dalla vita,
violenta nei suoi radicalismi. Una malattia endemica, in
cui responsabilita` individuali e 
sociali si sommano.

Quando un uomo pecca
contro un bambino, e` un peccato commesso da tutti coloro che lo hanno permesso.
Quando una comunita` pecca contro i propri figli, e` un peccato di cui tutti devono
battersi il petto. Le storie che raccogliamo lo confermano senza sosta.

Un “buon samaritano” si
presenta alla stazione di polizia con un neonato. L’ha raccolto tra i rifiuti,
abbandonato, racconta. L’agente registra il caso e lo affida all’uomo fino a
che qualcuno non lo reclami. E` una pratica frequente ma illegale. Seguiamo il
caso, entrambi sono scomparsi. Dietro le quinte,  un traffico di bambini “trovati”, denunciati e
scomparsi, complice la polizia.Cosa rende possibile
l’assassinio della tenerezza e dell’innocenza?

Il capomastro di un
cantiere nella prigione minorile violenta una bambina ospite. Qualcuno tenta di
coprire l’accaduto, l’uomo esce di prigione. C’e` una giustizia ingiusta che
assolve il colpevole e condanna la vittima. Riapriamo il caso con un avvocato. Cosa nutre il mostro
dell’ingiustizia?

Un nostro volontario sfonda
la porta di una baracca per liberare un bambino rinchiusovi da due giorni. La
madre non si trova. Il giorno dopo, viene accusato dalla donna e arrestato per
rapimento. Chi fa le regole di un
gioco in cui chi si schiera con il debole diventa vittima a sua volta?

Durante una retata vengono
arrestate 7 ragazze tra i 10 e 15 anni. Dopo la scuola, vanno in centro.
Chiedono l’elemosina fino alle sette di sera, poi si prostituiscono. Le famiglie
ci vivono. Cosa rende l’abuso una necessita`?

Compiliamo una
valutazione semestrale degli interventi fatti in un’istituto per minori
identificando alcuni punti critici. Scoppia un putiferio, con il personale
governativo sul piede di guerra. Cosa rende impermeabili alla ragione e al
cambiamento?

Il direttore del Children
Department del Kenya ha nel cassetto una bozza per le riforme dei servizi
minorili nazionali. Un documento coperto di polvere e bucato nei contenuti.
Chiede una mano per una riaggiustata del testo. Mi mangio le ore della notte
cercando di infilarvi il meglio e altrettante ore del giorno per facilitare un
consenso tra i dirigenti del dipartimento. Cosa impigrisce la volonta` di chi
ha il potere per cambiare le cose?

Arrivo a sera con la valigia
dei pensieri colma di pezzi di questo mondo malato e una domanda: dove stanno
le radici della speranza? Elia mi sale in braccio e
vuole giocare.

Un figlio non chiede
permesso, si infila tra te e il tuo mondo facendosi spazio a gomitate
affettive. Gioca in un terreno affollato e costringe a scegliere perche` nella
vita non ci puo` stare tutto. Per accogliere bisogna fare spazio. Per fare
spazio bisogna scartare. Per scartare bisogna distinguere tra superfluo e
necessario. Cosi` si sceglie e agisce. Lascio perdere la lettera
ed esco con Elia. Succede di continuo. C’e`
un tempo per ogni cosa e non si delega per scegliere. Tocca a ciascuno. Chi non
lo fa ha gia` scelto. I passi brevi e incerti
di un figlio aiutano.

Giulia ha poco piu` di 100
giorni di vita. Mi guarda dritto negli occhi e sorride. Non c’e` pensiero
elaborato dicono, si tratta di contrazione dei muscoli facciali dicono. Dico
che i sorrisi hanno parole, come i silenzi. Quel sorriso mi accende il cuore e
fa fermare il tempo, come 100 notti fa quando quegli stessi occhi hanno visto
la luce, abbagliati dai neon della sala operatoria. I “se” che hanno
preceduto la sua nascita sono gocce di una storia incancellabile.Erano le 11 di sera.
Ancora mi stupisco di aver notato i piedi gonfi di Carla,  misurata la pressione, chiamato il medico, la
corsa all’ospedale… Il cordone ombelicale
attorno al collo avrebbe guastato il suo e nostro sogno.

Cio` in cui crediamo fa
la differenza tra provvidenza e casualita`. La nascita di Giulia e` gia` messa
in credito alla provvidenza, quella degli angeli custodi che venerano
l’innocenza.Quando mi si addormenta
tra le braccia mi porta con sé, mi fa volare in paradisi che non conosco tra misteri
d’angeli e sorrisi, a sentire la musica della vita.

L’abbandonarsi di Dio tra
le nostre braccia e` il suo segreto per portarci con sé, nel suo paradiso. E`
il nostro Natale. C’e` speranza.

Prima di addormentarsi,
Elia fa quattro salti sul letto per Gesu` poi mi abbraccia forte. E’ un momento
di grande tenerezza. Abbracciare ed essere abbracciato da un figlio, da Dio. E`
il nostro Natale. C’e` speranza.

Carla ed io siamo genitori
imperfetti, ma un abbraccio a quattro permette di fare punto e a capo, di
condividere la coperta anche quando e` corta, 
di capire la differenza tra l’essere solo e insieme, di volare anche quando
si e` appesantiti.  Sembra il miracolo
dei pani e dei pesci, un regalo di Natale. C’e` speranza.

E` il messaggio  per i genitori dei ragazzi quando vengono in
carcere. Cerchiamo di abbracciarli per come sono. Dopo aver scambiato
l’abbraccio, possiamo dire loro: “Portate un abbraccio e lasciatevi abbracciare
dai vostri figli, cosi` come siete”.

E` un ricordare che se un
piede e` nelle tenebre di una Gerusalemme vecchia e malata, l’altro e` nella
luce di Betlemme abbracciata dalla stella. Possibilita` di scelta
tra due citta` fragili ma divise, lontane nel loro essere. Il viaggio dall’una
all’altra e` possibile in ogni istante, ciascuno con il suo passo.

Solo le cose rimangono
intatte, immobili. Sopravvissute a certi momenti ne conservano i colori,
l’odore, la memoria. I figli cambiano, prendono altri colori, altri odori,
trasformano le memorie. Siamo tutti figli, per nove mesi portati in un ventre
gonfio, nutriti, cresciuti, anche se non necessariamente tutti amati. L’essere figli ci permette
di capire che Dio non ha finito, la creazione continua, il viaggio prosegue. C’e` speranza.

Fare un figlio significa credere
nella vita e trasferire speranza, da una vita all’altra. Dio ha un figlio. Ha
scommesso sulla vita e ha trasferito speranza. Le radici della speranza stanno
nel suo e nostro esserci. Abbracciare ed essere abbracciati. Portare ed essere
portati. Concedendoci il diritto ed il piacere di amare ed essere amati.

Buon Natale.

                                                                Nairobi,
Natale 2009

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BUON ANNO NUOVO 2010!

LA BENEDIZIONE
DEI
GENITORI

Benedire, dal latino benedicere, significa dire bene, dire del bene, augurare il bene. E’ l’espressione
di una attesa, di una soddisfazione o di una riconoscenza.
Benedire evoca quindi qualcosa di positivo: un beneficio, un favore. Infatti,
l’uomo ha bisogno di felicità, di protezione, di salute, di riuscita nella
vita, ecc.

La Bibbia è ricca di benedizioni. Fin dall’ inizio Dio
benedice la sua creazione (Gn 5, 2) e il suo disegno è di benedire tutte le
nazioni della terra (Gn 12, 2-3). Questa benedizione di Dio al suo popolo
continua mediante il dono del suo Figlio (Lc 1,42 ; Mt 21, 19). Dunque,
origine e fonte di ogni benedizione è Dio, che è al di sopra di tutte le cose;
egli solo è buono (Mt 10, 18), ha fatto bene ogni cosa e vuole che tutte le sue
creature siano colme dei suoi benefici.

La benedizione si rivolge anzitutto a Dio per la sua bontà. Si tratta di lodi o di benedizione
ascendente.
Ma essa riguarda anche gli uomini che Dio protegge
e dei quali si prende cura con la sua Provvidenzza; e tutte le altre cose
create, la cui ricchezza e varietà sono messe da Dio a disposizione degli
uomini. E’ la benedizione discendente,
mediante la quale tutta la vita degli uomini può essere posta sotto lo sguardo
protettore e misericordioso di Dio.

Dio ha concesso, già fin dal principio, che specialmente i patriarchi, i
re, i sacerdoti, i leviti e i genitori innalzassero al suo nome lodi, e
trasmettessero benedizioni.
Oggi, in modo più particolare,
vescovi, sacerdoti e diaconi sono incarricati dalla Chiesa di invocare le
benedizioni divine sugli uomini. Ma lo sono anche i semplici battezzati, in
virtù del loro battesimo e della loro confermazione. Quando Dio benedice
direttamente o per mezzo di queste persone, sempre vengono assicurati il suo
aiuto, i suoi benefici, il suo sostegno, la prosperità e la sua protezione.
Per esempio, la benedizione paterna, fin dall’
antichità, ha sempre un influsso decisivo sul destino di chi ne è oggetto (cf
Gn 27; 48; 50, 24-25; Dt 33; 2Sm 23; 1Re 2; 2Re 13, 14s…).

La benedizione
risulta allora un aumento/incremento dei risultati, al di là di ogni legge
naturale, una       loro straordinaria
moltiplicazione.
Cioè, senza
benedizione ogni lavoro rende solo ciò che esso è naturalmente ritenuto capace
di dare, il suo frutto non viene moltiplicato; senza di essa, ogni
applicazione, organizzazione, costanza o perseveranza porta solo frutti
naturali. In altre parole, con la benedizione divina uno ha fecondità nelle sue
imprese e porta sempre frutti; i suoi sforzi e il suo lavoro sono sempre
coronati da successo: quindi, la benedizione produce miracoli e trascende ogni
situazione.

I gesti più
ordinari per benedire sono l’imposizione delle mani, il segno della croce e
l’aspersione con l’acqua benedetta (che ricorda il mistero pasquale e l’acqua
del battesimo).
Per evitare ogni
rischio di superstizione, ognuno di questi gesti rituali va accompagnato da una
preghiera o da una parola di Dio tratta dalle Sacre Scritture.

Nelle famiglie non si deve perdere la buona tradizione della benedizione
dei figli, soprattutto il primo giorno dell’ anno (capodanno). La benedizione
paterna è una cosa sacra e fonte inesauribile di grazie. Quando il papa non
vive più, la può dare la mamma o il fratello maggiore. Si tratta di un gesto di
amore da parte del padre e di un gesto di umiltà da parte dei figli.

Don Joseph Ndoum

Per Giovanni, 22 anni (e i molti come lui), perché splenda intensa la luce del Natale!

di Raffaella Forin

VICENZA
(25 dicembre) – È una "lettera" speciale quella scritta per Babbo
Natale da Giovanni, 22 anni di Solagna. Una lettera intensa, dura nella
sua drammaticità e nel suo disarmante realismo, messa nero su bianco da
una stanza dell’ospedale dove si trova dopo che, poche settimane fa,
gli è stata diagnosticata la malattia per la quale necessita di un
trapianto di midollo. Chiede di poter continuare a vivere facendosi
portavoce di tutti i suoi "compagni di sventura" come li definisce. Una
speranza subordinata ad un semplice gesto di generosità delle persone.

Leggo uno dei miei libri preferiti. È una raccolta dei detti del
Buddha e la strofa di oggi recita "Non minimizzare una buona azione,
non pensare che non avrà conseguenze. Una goccia dopo l’altra riempie
la brocca, la serenità a poco a poco si accumula in una mente
consapevole". Leggo questo mentre, in una asettica stanza di ospedale,
guardo quattro flebo che gocciolano vita nei corpi di quattro compagni
di sventura. Uno sembrerebbe essere il mio. Guardo alcune foto di
qualche mese fa. Questo corpo, sorridente, ammicca dalla cima di uno
dei picchi delle creste di San Giorgio, itinerario alpinistico che va
da Solagna a Camposolagna. E devo chiedermelo: come mai? Ti hanno
diagnosticato una malattia rara, Giovanni, e piano piano il tuo midollo
osseo sta morendo. Il tuo sangue è sempre più povero di globuli rossi,
bianchi e piastrine. Quindi non puoi più fare sforzi fisici, perché
affatichi il cuore, in ogni caso vai in affanno e ti manca l’aria; non
puoi nemmeno rischiare di prendere una botta o di tagliarti, ne
moriresti dissanguato, oppure di emorragia interna; non puoi, infine,
correre il minimo rischio di infezione, essendo che le tue difese
immunitarie sono praticamente azzerate: niente cibi normali, niente
strette di mano, abbracci, baci, niente luoghi pubblici o treni, niente
che non sia sterile.

Plic. Plic. Plic. Sangue altrui gocciola nelle mie vene, sangue che mi
tiene vivo e che alimenta il fuoco delle mie domande. E tu, Giovanni,
hai la speranza di trovare del midollo osseo compatibile? Mediamente le
probabilità sono uno a centomila, lo sai. Poi come se non bastasse hai
voluto fare l’anticonformista ed hai un “codice di compatibilità” molto
raro. Nel letto accanto al tuo un ragazzo di 19 anni trattiene le
lacrime mentre l’ennesimo esame richiede il suo tributo. Sarò schietto
dicendo che non ci sono abbastanza persone, tra “voi”, disposte a dare
un po’ di loro per tenere in vita “noi”. È pazzesco, a 22 anni, fare i
conti con la morte. Ma basta fare un giro in pediatria per vedere di
peggio. Insomma, per farla breve, se centomila di “voi” si iscrivessero
al registro donatori, probabilmente troverei una persona compatibile
con me. E se quegli stessi centomila donassero anche una sacchetta di
sangue, nessuno di noi dovrebbe più sperare negli avanzi di altri
ospedali.

Poi, stanco, Giovanni, decidi di alzarti e di fare due passi in
corridoio. Quanti come te incontri? Quante teste con i capelli radi o
scomparsi, quante gote scavate, quanti occhi affossati? Centomila per
ognuno di loro. Quanti come te muoiono ogni giorno semplicemente perché
il loro centomillesimo, il loro uomo-medicina, non sa di esserlo? Ti
ricordi quando ti hanno fatto l’esame del midollo osseo? Niente
anestesia, voglio sentire quanto male fa, quale sia il prezzo in dolore
della vita di un leucemico, di un talassemico, di un aplasico… E hai
concluso che non era nemmeno troppo salato, specie considerando che chi
dona in genere ha l’anestesia epidurale se non generale, e che in una
settimana il suo corpo rigenera tutto il midollo donato.

Non puoi guarire senza trapianto, ma puoi sperare di rimetterti, e se
ti rimetterai avrai ancora una decina di anni prima che le tue cellule
residue muoiano o impazziscano. Eh, ma in dieci anni salterà fuori il
tuo uomo-medicina. Forse. Il nostro futuro è nel corpo di qualcuno che
magari non sa nemmeno quale dono, quale potere abbia. Ho realizzato,
guardando il gocciolio della mia flebo, che quantità di persone muoia
per una ragione evitabilissima come il semplice non sapere. E quindi ho
deciso di prendere il coraggio a due mani e di dare testimonianza,
rendendo noto quanto sia facile salvare la vita a qualcuno. Se non vuoi
farlo, nessun rancore, ma la prossima volta che senti della tal persona
morta della tal malattia, abbi un po’ di rimorso. Spero che tu prenda
la strada più bella, spero che tu ti dia per amore di un perfetto
sconosciuto, amore dovuto ad un altro essere umano anche solo per
essere tale. Siate consapevoli, per favore».

(Fonte: Il Gazzettino, 25.12.2009)

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