Toti tui

Archivio per maggio, 2006

Un disabile sul Tetto del mondo

E dall’alto della sua impresa raccomanda: "le vostre ambizioni non siano mai limitate"

Ce l’ha fatta. Sull’Everest… senza gambe, o meglio, con due protesi dal ginocchio in giù. Ma un conto è partire, un conto è riuscire.
Un "miracolo" solo per chi non conosce la caparbietà dell’alpinista disabile, non nuovo a queste imprese. Anche se non aveva mai provato con il "tetto del mondo", che ora ha un nuovo conquistatore, tra i pochissimi al mondo ad averlo raggiunto.
8.850 metri da cui guardare tutto dall’alto, il posto giusto per dare un messaggio forte ai colleghi disabili: "le vostre ambizioni non debbono mai essere limitate".

L’alpinista, 47 anni e padre di tre figli, medaglia d’oro di ciclismo nelle paraolimpiadi del 2000 a Sydney, ha perso ambedue le gambe per congelamento durante una scalata 24 anni fa. Nel 2002, per "allenarsi" in vista dell’Everest, è tornato a scalare il monte Cook, il più alto della Nuova Zelanda (3754 metri), dove nel 1982 era rimasto per due settimane intrappolato in una caverna di ghiaccio, perdendo per congelamento le due gambe sotto il ginocchio.

Oggi questo grande risultato: tra le congratulazioni quelle della premier della Nuova Zelanda Helen Clark, anche lei appassionata di alpinismo, che spera di parlare presto di persona con lui "di questa impresa assolutamente incredibile".

Inglis ha compiuto l’impresa con due gambe artificiali di fibra di carbonio, specialmente adattate per arrampicarsi. Raggiunta quota 6.400 metri, vicino al Campo 2, lo sportivo ha avuto un incidente di percorso: una protesi si è spezzata.
Il neozelandese l’ha sistemata a sufficienza per raggiungere i compagni di scalata e quindi l’ha riparata con pezzi di ricambio. Oltre anche gli imprevisti…
E se il neozelandese ha aperto la strada (anzi, un sentiero, visto il tema!), chi ha ancora il coraggio di dire che ci sono sogni impossibili da realizzare?

 

(da: disabili.com)

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Il tempo mi sfugge veloce: accogli la mia vita, Signore… (C. Lubich)

Sulla "clessidra"  …
 
…gli orologi moderni non riescono a trasmettere un messaggio che invece la clessidra riusciva a comunicare in maniera molto pertinente: la sabbia passa dall’ampolla superiore a quella inferiore. Lo scorrere della sabbia è equiparabile al destino del tempo. Il tempo passa, ha una fine. Trascorre e termina. È come una scorta limitata di anni, che ci viene donata…. La sabbia, che passa dall’ampolla superiore a quella inferiore, non indica soltanto il passare del tempo.
La sabbia è anche messaggero della speranza cristiana. Essa infatti non cade nel vuoto. Si raccoglie nell’ampolla inferiore. Le ampolle della clessidra mi ricordano le mani che Dio ci tende. Possiamo abbandonarci nelle sue mani. Esse raccolgono il nostro tempo. Il tempo riposa nelle mani di Dio. Ogni sera preghiamo nella compieta: «Signore, mi affido a te, pongo la mia vita nelle tue mani». Questa preghiera non riguarda solo alcune persone. È una preghiera della sera che può riunire tutti coloro che alla fine rimettono i frutti delle loro attività e dei loro sforzi quotidiani a Dio, il Signore del Tempo. «Signore, mi affido a te, pongo la mia vita nelle tue mani». Dio benedice il tempo di chi prega in questo modo.
 
  Giovanni Paolo II, il 23 maggio 2000

Il fonte della nuova vita

Nella  «notte di veglia in onore del Signore» (Es 12,42), giustamente definita «la veglia madre di tutte le veglie» (s. Agostino), il Signore «è passato»,  Cristo «è passato» alla vita vincendo la grande nemica dell’uomo, la morte; questa notte è celebrazione-memoriale del nostro «passaggio» in Dio attraverso il battesimo, la confermazione e l’eucaristia. Vegliare è un atteggiamento permanente della Chiesa che, pur consapevole della presenza viva del suo Signore, ne attende la venuta definitiva, quando la Pasqua si compirà nelle nozze eterne con lo Sposo e nel convito della vita (cf Ap 19,7-9).
La liturgia non è coreografia, né vuoto ricordo, ma presenza viva, nei segni, dell’evento cardine della salvezza: la morte-risurrezione del Signore. Si può dire che per la Chiesa che celebra è sempre Pasqua, ma la ricorrenza annuale ha un’intensità ineguagliabile perché, in ragione della solennità,
«ci rappresenta quasi visivamente il ricordo dell’evento» (s. Agostino): il mondo della tenebra è attraversato dalla Luce, il Cristo risorto, in cui Dio ha realizzato in modo definitivo il suo progetto di salvezza. In lui, primogenito di coloro che risorgono dai morti (Col 1,18), si illumina il destino dell’uomo e la sua identità di «immagine e somiglianza di Dio» (Gn 1,26-27); il cammino della storia si apre alla speranza di nuovi cieli e nuove terre dischiusa da questa irruzione del divino nell’umano.
I catecumeni acquistano l’identità nuova di battezzati, che la tradizione cristiana ha definito
«illuminati»: per la loro adesione vitale a Cristo-Luce, sanno che la loro esistenza è radicalmente cambiata. Dio li «ha chiamati dalle tenebre alla sua luce ammirabile» (1 Pt 2,9) e davanti a loro ha dischiuso un orizzonte di vita e di libertà. Ecco perché si innalza il «canto nuovo» (il preconio, il gloria, l’alleluia) come ricordo delle meraviglie operate dal Signore nella nostra storia di «salvati» […]

 

(dal Messale Romano)

Maria, Madre e Regina

da:  Igino Giordani, Maria modello perfetto, 1980 

 

Maria era due volte madre: perché aveva generato (Gesù) nella carne e perché seguitava a generarlo nel suo spirito col tradurre in opere le sue parole, testimoniandolo con la propria vita (cfr. Lc 8, 21)  (p. 8)

 

Imitare Maria per imitare Gesù. Si dice che i figli somigliano alla madre: e ogni madre gode di tale somiglianza. Così Maria prova la massima gioia quando vede “riprodotti nei pensieri, nelle parole e nelle azioni di coloro che accolse come figli sotto la croce del suo Unigenito, i lineamenti e le virtù della sua anima” (cfr. Pio XII, Fulgens corona)

(p. 12)

 

L’anima, a mo’ di Maria, sta nella disposizione di rendersi totalmente sua [di Dio], per essere volontà di Dio… Obbedire è farsi uno con chi chiede: e farsi uno è amare.

Cristiani così […] sono l’acies ordinata di Maria nella società…  (p. 208)

Lasciare che Maria prenda dimora, come regina della casa, nella piccola ma splendida reggia interiore della nostra persona, comporta in noi un atteggiamento di umiltà, di nascondimento e di solo servizio agli ordini di Dio, così da identificare pienamente la nostra volontà e i nostri sentimenti con l’anima di lei. […] Farsi servi di Maria è farsi servi di Gesù per il tramite della Vergine; è farsi disponibili per servire la purezza, la grazia, l’amore nel mondo.

L’inabitazione della Vergine –  sposa dello Spirito Santo – ci obbliga a una vita evangelica, mentre ci consacra come santuari della Madonna, non visti forse da alcuno, ma inseriti nel circuito sociale per trasmettere l’anima di lei…

Visto dal cielo, ognuno di noi apparirà una copia della Vergine; per l’anima di ciascuno l’avviso: «Anche tu puoi essere Madre del Signore».

Poter essere Maria per donare Gesù: vivere Gesù vivendo Maria… Allora la vita diventa paradiso in terra…    (pp. 224-225)

 

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